Se mi deludi, ti cancello E Rilke sparì dal quadro

Un romanzo narra l'amicizia (finita male) tra il poeta e il pittore Vogeler. Che lo eliminò da una famosa opera

Forse la più icastica rappresentazione del poeta moderno la offre Charles Baudelaire con il celeberrimo L'albatro. Un grande uccello capace di librarsi sicuro ed elegante in cielo, ma goffo quando si tratta di stare con le zampe piantate sul terreno. E la figura letteraria del paradosso può essere riprodotta cambiando i valori espressi ma lasciando sempre l'autore di versi vittima di una dicotomia micidiale: da un lato i suoi versi liberi e spontanei, dall'altro la sua vita gretta e meschina; o ancora i suoi versi eleganti e raffinati fare da contrappunto a un aspetto goffo e laido.La storia della poesia è piena di questi paradossi. Una figura che rappresenta perfettamente questa regola è Rainer Maria Rilke (1875-1926). Maschilista, opportunista, parassita per necessità, ambizioso, egocentrico, il celebre autore delle Elegie duinesi ha regalato alla letteratura tedesca pagine indimenticabili ed esemplari, ma al contempo ha permesso all'iconografia che lo riguarda invettive acide e maliziose allusioni.L'ultimo titolo che fa strame della sua figura è il nuovo romanzo di Klaus Modick Concerto di una sera d'estate senza poeta (Neri Pozza, pagg. 188, euro 16, traduzione di Riccardo Cravero) che indaga su un periodo molto importante della biografia di Rilke. Siamo a cavallo tra fine Ottocento e primi anni del Ventesimo secolo. Il nostro è sempre in giro per vagabondaggi che lo portano da Parigi a Mosca, da Berlino a Firenze. E proprio nel capoluogo toscano fa la conoscenza del pittore Heinrich Vogeler (1872-1942), uno dei più importanti rappresentanti dello Jugendstil. Questi lo convince a raggiungerlo a Worpswede, amena località del nord della Germania dove molti artisti hanno scelto di vivere a contatto con una natura incontaminata. Il paesino oggi è una curiosa attrazione turistica proprio per le ville che vi sono state costruite nei primi anni del Novecento e che della versione tedesca dell'Art Nouveau rappresentano un'esauriente e bizzarra antologia.Una di queste ville si chiama Barkenhoff (la casa delle betulle), ed è qui che Vogeler ospita Rilke e sempre tra queste mura il poeta conosce quella che diverrà, poi, sua moglie Clara Westhoff, pittrice e allieva di Auguste Rodin. Modick ricostruisce la storia di questa amicizia partendo da un celebrato quadro di Vogeler (Concerto o sera d'estate a Barkenhoff). A ispirare e generare il quadro è stata proprio l'atmosfera di quella prima estate trascorsa tutti insieme a Worpswede, in cui la località tedesca si è trasformata, scrive Modick, quasi «per incanto nell'Arcadia e il Barkenhoff nell'Eliso». Nella sua prima versione il dipinto doveva essere anche un indiretto omaggio a Rilke. Quasi un atto di devozione da parte del pittore al suo giovane sodale. Poi, però, qualcosa si rompe. Ed è proprio nella dialettica di questo scontro che si consuma il romanzo. Attraverso le disillusioni di Vogeler e le crescenti ambizioni di Rilke, Modick costruisce un romanzo sui limiti dell'arte e sulle contraddizioni che l'artista vive da sempre. Tanto che lo stesso raffinato maestro Jugendstil riprende i pennelli in mano per modificare l'iniziale impianto della tela. Alla fine, il quadro non mostra quella tanto sbandierata «magia», bensì la sua perdita, bensì la «verità di una felicità perduta, scacciata da uno spirito maligno, la verità di un sorriso pietrificato». E, soprattutto, cancella la figura del poeta, presente nella prima versione del quadro. Vogeler insomma rimase deluso da Rilke, soprattutto dalla sua moralità discutibile. Complice in questo caso il triangolo cui il poeta costrinse non solo la futura moglie ma anche l'amica e collega di questa, Paula Becker, e tutto ciò proprio sotto il tetto del suo ospite. Per non dire poi del suo impenetrabile legame con Lou von Salomè alla quale i bempensanti di Worpswede rimproveravano il connubio «filosofico» con Friedrich Nietszche. E il rancore del pittore è l'esito estremo dei suoi dubbi artistici. Non capiva più l'arte, proprio nel momento in cui i suoi quadri e le sue opere raggiungevano una grande popolarità, la stima dei critici e l'apprezzamento (solido) dei mecenati, in gran parte commercianti di Brema intenzionati a investire nell'arte i risparmi per dare lustro alla propria ascesa sociale.Alla fine Vogeler mostrerà con i suoi dubbi maggiore senso della realtà e maggior profondità del giovane poeta. Rilke all'epoca stava lavorando al Libro delle ore, ancora lontano dalle nuove «conquiste» prodotte da Nietszche, Hofmannsthal e Kafka, sulla crisi del linguaggio e sulla non-corrispondenza tra parole e cose. «Sono un quadro/non pretendete che io parli./ Sono un quadro e per me arduo/ è ogni gesto. /La mia vita è l'immobilità della forma». Questi versi di Rilke sembrano calzare perfettamente il quadro di Vogeler, eppure quando il poeta li declama nel piccolo cenacolo di Worpswede il pittore ha già capito di aver perso la sua personale lotta con l'ispirazione e che le parole di Rilke sono appunto solo parole.