Se lo sciopero azzoppa Bolle (e la Scala)

di Luigi MascheroniAlla fine anche i più talentuosi uomini di teatro della Scala sono rimasti impigliati nelle morbide reti (abilmente gettate dai sindacati) della bella Manon, amante dei piaceri e del lusso. I vertici della Scala hanno dovuto far saltare la «prima» del balletto L'histoire de Manon con Roberto Bolle e Svetlana Zakharova, in programma stasera, a causa dello sciopero delle maestranze aderenti alla Cgil. Il teatro milanese ha potuto solo annunciare con dispiacere che, «malgrado tutti gli sforzi», annullava la recita per via dell'impossibilità di garantire la sicurezza degli artisti. Fino all'ultimo si sperava che di presentasse al lavoro un numero di tecnici sufficiente a piazzare il pavimento del ballo (senza il quale non è possibile andare in scena senza rischi), e infatti due giorni fa era stato detto che si sarebbe tenuto uno spettacolo con scenografie e luci ridotte. Ma neppure le «condizioni minime» si sono verificate. Ieri pomeriggio, oltre alle maestranze aderenti alla Cgil, che ha proclamato lo sciopero, anche altri tecnici con tessera Uil, Fials e Cisl, non si sono presentati a inizio turno. Ed è saltato tutto. Attenzione. Stiamo parlando di numeri davvero miseri. Per permettere la messa in scena in forma «ridotta» dello spettacolo sarebbe bastata una decina di operai. Lo strapotere dei pochi a danno dei moltissimi. I biglietti erano (di fatto) esauriti. Da notare che l'organico completo dei tecnici della Scala è di 80 persone, che ruotano in diverse turnazioni. Sono le 80 «unità» che la Cgil chiede di portare a 100, numero su cui la Scala (che pure quest'anno e molto probabilmente l'anno prossimo vedrà il pareggio di bilancio) ha paura di sbilanciarsi, per evitare un surplus di assunzioni che un domani, quando magari le entrate dei privati non saranno più le stesse (i fondi statali sono stabili), potrebbero mandarla in crisi. Insomma, la partita è delicata. Per vincerla occorre diplomazia e delicatezza. Doti che il sovrintendente Alexander Pereira ha dimostrato di avere il 1° maggio, per la «prima» della Scala dell'Expo, quando riuscì a convincere i sindacati che la festività del 1° maggio, per una volta, di fronte al mondo che ci guardava, si poteva «negoziare». E gli andò bene. Ieri invece, chiuso il «periodo di garanzia» dell'Expo, è finita male. E il mediatore viennese ha dovuto per la prima volta fare i conti, non tanto con i costi economici di eventuali nuovi assunti, ma con l'allegro senso di responsabilità delle maestranze italiane. Benvenuto nel Paese del Bel canto, Pereira.