Se un traduttore indaga la «Morte di uno scrittore»

Daniele Abbiati

I lettori italiani giallofagi conoscono bene l'Håkan Nesser seriale: quello del commissario Van Veeteren e quello dell'ispettore Barbarotti. In totale, sono quindici romanzi, dieci con al centro il protagonista un po' svedese e molto olandese e cinque in cui a indagare è il poliziotto svedese ma dotato di un bell'appezzamento di retroterra italiano, soprattutto culturale e spirituale. Invece la produzione non seriale del giallista di Kumla l'hanno soltanto assaggiata con Il ragazzo che sognava Kim Novak, dove al timone delle vicende si alternano due compagni di scuola che la vita ha portato a imboccare strade diverse.

Ebbene, questo Morte di uno scrittore (pagg. 201, euro 16, traduzione di Carmen Giorgetti Cima) con cui Guanda prosegue l'ormai venticinquennale sodalizio con lo scrittore classe 1950 ex prof liceale, non è né un tassello di un mosaico seriale, né un «pezzo» singolo. Semmai molto singolare, perché singolare è la trilogia di cui fa parte, «Barins triangel», in cui a sostenere le trame sono tre outsider dell'indagine: uno psichiatra, un insegnante e un traduttore. In attesa degli altri due già promessi dall'editore, concentriamoci sul traduttore che appunto qui, in Morte di uno scrittore (titolo originale, Rein), è sia narratore, sia parte in causa. Sua moglie Ewa s'è eclissata da tempo e lui, David Moerk, non l'ha presa per niente bene, ben sapendo di essere il lato chiuso di una coppia aperta. Sa, cioè, che la sua signora ha (o aveva, dato che non la vede da tre anni abbondanti, quando glielo confessò senza batter ciglio) un amante fisso. Ma dove si sarà cacciata? Un originalissimo indizio porta ad A. (facilmente riconoscibile come Amsterdam). E sempre lì, fra un canale e l'altro, una biblioteca e un appartamentino subaffittato, in un autunno cinereo e alcolico, il Nostro si deve trasferire anche per lavoro. Un lavoro che ne accresce il tasso di inquietudine: infatti il suo editore gli comunica che 1) Germund Rein, celebrato autore dalla prosa ostica e sibillina con cui Moerk si è già dovuto misurare, è dato per morto in circostanze misteriose; 2) nella tomba, cioè in fondo al mare, Rein non si è portato il suo ultimo romanzo senza titolo, di cui esiste soltanto l'originale da pubblicare, per suo volere, non in lingua originale (non in svedese, si presume), quindi da tradurre. Mettiti al lavoro, vecchio mio, ci sono un bel po' di gulden, alias fiorini, che ci attendono, è il messaggio lanciato dall'editore. (Si monetizza in gulden-fiorini perché il romanzo uscì nel '96, in era pre-euro, e in un solo volume insieme agli altri due della trilogia.)

Moerk acconsente, mosso sia dal cuore che ancora sanguina, sia dal portafogli diventato troppo leggero. Così Nesser, con fredda abilità scandinava, interseca alla perfezione la storia personale di Moerk alla storia narrata dal libro di Rein che contiene un'accusa criptata. A chi? A sua moglie e al suo amante... L'hanno fatto fuori loro? si chiedono tutti nel romanzo. Non è che Moerk rischia di fare la stessa fine? si chiede il lettore fuori dal romanzo. A un certo punto Nesser lascia cadere, come le signorine dell'Ottocento lasciavano cadere un fazzolettino per verificare il grado di attenzione alle loro grazie, questa considerazione di Moerk: «L'oblio è un alleato molto più affidabile della memoria». È una traccia, conviene seguirla.