Se tuo papà è giornalista finirai in un libro

Il lato familiare del "Corriere". Cazzullo, Polito e Battista si rivolgono ai figli

Mentre Una madre lo sa, come ha spiegato con dovizia di particolari Concita De Gregorio, i padri sono sempre un po' duri di comprendonio. Magari poi ci arrivano, alle cose che le loro mogli hanno già capito con anni di anticipo, però con i loro tempi...

Per esempio, se i figli non li stanno mai ad ascoltare, paiono distratti, assorbiti da un mondo estraneo, e al massimo rispondono «sì, sì, va bene, dopo lo faccio...» senza guardarli in faccia, loro, i papà incompresi e che non comprendono, a un certo punto sbottano, nel vano tentativo di picchiare metaforicamente i pugni sul tavolo, anzi sul desco familiare, di imporre l'autorità smarrita: Metti via quel cellulare. Oppure, discutendo con i colleghi (colleghi di lavoro e di paternità, il mestiere più difficile al mondo) sul lavoro, o al bar, c'è caso che si lascino andare ad amare considerazioni sulle distanze generazionali e, dopo aver chiuso una pratica oppure ordinato un gin tonic, mormorino fra sé e sé Riprendiamoci i nostri figli. O ancora, a letto, prima di addormentarsi, posato sul comodino il noioso romanzo consigliato da un amico, si mettano a pensare alle cose che non vanno nel loro rapporto con la figlia ormai adulta, riflettendo A proposito di Marta.

Queste cose accadono tutti i giorni a tutti i padri del mondo, come ha spiegato, secondo alcuni forse persino meglio di Concita De Gregorio, quel vecchio trombone di Ivan Sergeevic Turgenev in Padri e figli, oltre un secolo e mezzo fa. Ma ultimamente pare che accadano soprattutto a una speciale categoria di padri: quelli che scrivono sui giornali. Vale a dire a quei padri abituati a rivolgersi all'anonimo Lettore, più che ai ben noti pargoli, siano essi a carico o meno. E allora che cosa fa, il papà editorialista e/o elzevirista e/o commentatore se scrive sul Corriere della sera? A chi si rivolge cercando conforto? Sulla spalla di chi va a piangere? Ancora una volta è il fedele lettore la sua àncora di salvataggio quotidiana. Ma non si tratta più di semplici articoli, sarebbe troppo comodo. Ci vuole qualcosa di più analitico, di più profondo: un libro. Lo ha fatto Aldo Cazzullo in Metti via quel cellulare (Mondadori). Lo ha fatto Antonio Polito in Riprendiamoci i nostri figli (Marsilio). Lo ha fatto Pierluigi Battista in A proposito di Marta (Mondadori). Dopo la suddetta madre che lo sa De Gregorio, nel 2006, e dopo Michele Serra, passato coerentemente dalla rubrica L'amaca a Gli sdraiati (2013).

Adesso la palla passa al Lettore. Se è anch'egli un padre in ambasce o una madre apprensiva, è tenuto ad acquistare tali testimonianze. Qualora non lo facesse, dimostrerebbe di essere non soltanto un Lettore distratto, ma anche, e soprattutto, un pessimo genitore. E rischierebbe di perdere la fiducia delle sue firme di riferimento. Che figura ci farebbe?

Commenti
Ritratto di Giano

Giano

Ven, 13/10/2017 - 09:13

Ci vuole una bella fantasia per prendere in considerazione il “pensiero” critico di Concita De Gregorio per spiegare il rapporto padri-figli di un editorialista del Corriere. Ma il dubbio su questo articolo è un altro. Abbiati, ma lei ha capito quello che ha scritto? E prima che lo scrivesse sapeva cosa avrebbe voluto dire? Oppure ce lo spigherà in un altro articolo, magari citando ancora il profondo pensiero di De Gregorio? Attendiamo con ansia.