Se Woody Allen finisce in un documentario

Robert Weide confeziona un gradevole viaggio nelle fasi principali della carriera e della vita del grande regista

Esce al cinema venerdì 21 settembre “Woody Allen: a documentary”. Presentato allo scorso Festival di Cannes, è il primo documentario autorizzato ufficialmente da Woody Allen sulla sua persona.

L’infanzia di Allan Stewart Konigsberg, questo il vero nome del cineasta, è ben raccontata grazie a foto d’epoca, aneddoti narrati dalla sorella Letty e stralci di una vecchia intervista alla madre. Lo pseudonimo di Woody Allen nasce quando Allan, ancora ragazzino, firma in questo modo battute divertenti che invia a quotidiani e riviste; è ripercorso il periodo in cui, nonostante la proverbiale timidezza, si esibisce come comico in giro per locali; filmati di repertorio introducono gli anni ’60, quelli in cui è ospite fisso di alcuni seguitissimi show televisivi. All’epoca in molti si innamorano del suo tipo di comicità ironica, arguta ed intelligente ed il suo impareggiabile talento per l’improvvisazione.

Weide a questo punto scandisce cronologicamente le tappe più importanti della filmografia del prolifico regista. Owen Wilson, Martin Scorsese, Scarlett Johansson, Penelope Cruz, Naomi Watts, Josh Brolin, Sean Penn, Mariel Hemingway, Dianne Wiest e Diane Keaton sono le celebrità internazionali che si avvicendano nel tessere le lodi di questo genio bizzarro e schivo.

Ma la parte più affascinante del documentario è senz’altro quella relativa alla descrizione che Woody stesso fa delle sue abitudini di scrittura e del processo creativo alla base del suo lavoro: appunti a mano scritti su pezzi di carta vengono assemblati tra loro e battuti da decenni sempre con la stessa macchina da scrivere acquistata quando era ancora adolescente; dopo di che si passa alla lavorazione sul set, al montaggio e infine alla promozione della pellicola. Gli stessi identici passi film dopo film, anno dopo anno.

Interviste, immagini di repertorio, rapporto con gli attori, retroscena, riprese del regista sul set, fanno di quest’opera un emozionante omaggio. E’ tutto molto credibile, vengono descritti pregi e difetti di un uomo sicuramente unico, ma se pensate che abbiamo davanti tutto quello che avreste voluto sapere su Woody Allen (ma non avete mai osato chiedere), siete fuori strada. E’ vero che si indugia sulla modestia, sul pessimismo cosmico, sulla poetica del regista, ma si svicola su quel che ha dato scandalo della sua vita, ossia la scoperta nel 1992 di una sua relazione pseudo-incestuosa con Soon-Yi, figlia adottiva della sua compagna dell’epoca Mia Farrow. L’Allen davvero privato tende a rimanere imperscrutabile e forse è giusto così.

Si sorride molto durante questo documentario, ma resta prevalentemente una proiezione ad uso e consumo di vecchi e nuovi fan del cineasta americano.