È senza spine «Il cavaliere della rosa» di Zubin Mehta

Giovanni Gavazzeni

Il pubblico del Teatro alla Scala ha capito che quando il maestro Zubin Mehta mette le mani sulla musica di Richard Strauss ci riferiamo all'allestimento scaligero del capolavoro Der Rosenkavalier (Il cavaliere della rosa), uno degli spettacoli coprodotti (o acquistati) con/dal Festival di Salisburgo ­ la reazione chimico­interpretativa che ne scaturisce è di alta qualità. Questo si è avvertito nel calore degli applausi di sortita in crescendo e nelle ovazioni finali indirizzate al carismatico direttore indiano. Non vogliamo attaccare una litania ben nota, ma la musicalità naturale e il gesto sopraffino di Mehta ci sono sembrati particolarmente adatti a governare la commedia per musica di Hugo von Hofmannsthal con crepuscolare compostezza: il sismografo delle passioni pendeva più verso la sorniona decantazione che verso l'ardore erotico.

Ma tant'è: ogni stagione ha il suo Eros. Facile pensare che l'ottuagenario Mehta guardi quest'opera più dalla prospettiva matura della Marescialla, l'amante che lascia andare l'adorato cavalier Octavian all'amore con l'incantevole bocciolo Sophie. Chiusa che Strauss rende memorabile, mescolando nelle tre voci femminili la Rinuncia, l'Amore e la Speranza. Un'uscita di scena, quella della Principessa­Marescialla, che non si dimentica più. Mehta ha trovato collaboratori eccellenti nelle tre donne (Krassimira Stoyanova­Marescialla, Sophie Koch­Octavian e Christiane Karg­Sophie) e nel basso Günther Groissböck (un barone Ochs poco villico, prestante in tutto tranne che nelle note sepolcrali). La regia (udite, udite) non ha fatto rumore (anzi, qualche volta sì, quando il palco girevole si muoveva su un pianissimo inezie nei tempi del teatro di regia): si doveva alla firma di un'iconoclasta sui generis come il berlinese Harry Kupfer, limitatosi a un trasloco sicuro, quello dalla Vienna di Maria Teresa all'entro le due guerre del secolo Ventesimo, periodo prossimo alla data storica del battesimo dell'opera di Hofmannsthal e Strauss. Uno spostamento giudizioso che non cancella il dna ultraviennese dell'opera. Nello stuolo di parti caratteriste oltre allo spicco di un tenore sempre più convincente, Benjamin Bernheim, nel sublime cameo del cantante italiano segnaliamo solo le tre orfanelle (Theresa Zisser, Kristin Sveinsdóttir, Mareike Jankowski), provenienti dalle fertili fila del Corso di perfezionamento dell'Accademia della Scala.