"Siamo più giovani delle nuove band"

Dopo otto anni esce il nuovo disco delle icone anni Settanta: "Ora i ragazzi vogliono piacere a tutti. Il rock è il contrario"

Visti così, sono due ultrasessantenni un po' trasandati. Ascoltati in Now what?!, che esce oggi per Edel, sembrano due ragazzotti senza freni: «Appena si accendono gli amplificatori, diventiamo i Deep Purple». Sì, Deep Purple quelli di Smoke on the water, con il riff di chitarra ta ta taaa, e Child in time, cento milioni di dischi venduti, praticamente leggende tra le poche ancora ben lontane da Villa Arzilla. Ian Gillan, anni 68, veste sempre il suo bel gilet, è uno dei cantanti più copiati del rock duro, e in quarant'anni la sua voce è scesa al massimo di un tono. Invece Ian Paice, 65, sfoggia i soliti occhialini tondi: spariti Keith Moon degli Who e John Bonham dei Led Zeppelin, è l'unico sopravvissuto del trio che ha creato un nuovo modo di suonare la batteria, virtuoso e segretamente jazz. Comunque, altro che nostalgia: i Deep Purple (l'altro membro originale è Roger Glover al basso) hanno inciso a Nashville un album che quasi tutte le superband da classifica se lo sognano tanto è teso, ispirato, eclettico. «Non potevamo fare altro che questo - dicono seduti a un tavolo tranquilli come pascià -: altrimenti tutti avrebbero detto che siamo poveri vecchi rincoglioniti». Non fa una piega.

Va bene però, scusate, non è così facile credervi a scatola chiusa: non pubblicate dischi da otto anni e l'ultimo Rapture of the Deep non era granché.
«Infatti vogliamo che adesso ci ascoltino: non abbiamo paura del giudizio».

Per registrare Now what?! avete trascorso un mese a Nashville con uno dei produttori più famosi di sempre, Bob Ezrin (dietro al mixer per Pink Floyd, Kiss e Alice Cooper tra gli altri).
«Pensa che è così pretenzioso che spesso ci ha fatto cambiare i testi delle canzoni. Qualche volta è successo anche cinque volte di fila. Diceva: questo non funziona, potete fare meglio».

Detto a voi.
«Chi ci conosce sa che siamo rimasti la stessa cosa del 1968 quando i Deep Purple sono nati: non volevamo copiare Elvis o Chuck Berry ma essere la miglior band del mondo. Perciò anche oggi ogni consiglio è ben accetto, siamo ragazzi di 65 anni che vivono di rock'n'roll».

Ma avete guadagnato milioni di dollari.
«Molti meno di quel che si pensi. E se siamo ancora qui, la motivazione è una sola: la passione».

Lo dice anche chi ha appena inciso il primo disco.
«Ci vien voglia di rispondere: cari ragazzi, per fare rock bisogna non esser mai stanchi. Invece c'è molta stanchezza in giro. E molta autoreferenzialità».

Il segreto?
«La motivazione. E la motivazione nasce sempre dalla capacità di resistere alle critiche».

Forse è meglio spiegare.
(Prima rispondevano in due. Adesso parla solo Ian Gillan - ndr) «Quando ero ragazzo odiavo Frank Sinatra e non mi piaceva Bob Dylan. E quando mio zio, che era un pianista jazz, ha ascoltato il nostro disco In rock (uno dei più importanti degli anni '70 - ndr) l'ha trovato orrendo. E io ero contento».

Perché?
«Perché non doveva piacergli. Invece spesso oggi ai giovani rocker interessa solo piacere a tutti».

Però pare che il rock sia sempre meno seguito.
«Tutto dipende dalle motivazioni. Noi, nella Gran Bretagna anni '60, non avevamo altro che lo sport di giorno e la musica di sera. Oggi c'è di tutto».

Un po' riduttivo.
«In effetti c'è anche un altro particolare: noi suonavamo centinaia o migliaia di concerti prima di avere successo. Potevamo crescere e diventare virtuosi».

Ecco, questo è il punto.
«Forse oggi non c'è più l'abilità di suonare come facevamo noi. Ad esempio i rapper come Eminem non sono virtuosi. O hanno un altro tipo di virtuosismo. E quelli come 50 Cent sono pieni di stereotipi molto violenti».

Non basta.
«Allora c'era anche il sogno. Allora il rock poteva darti la gloria o distruggerti. Molti di noi, come Tommy Bolin o Bonzo o Keith o tanti altri, si sono autodistrutti».

Qualcuno ha scelto un'altra vita, come Ritchie Blackmore, il vostro leggendario chitarrista, che ora suona folk medievale.
«Speriamo che sia felice, anche se lui e la felicità sono incompatibili... Di sicuro non tornerà mai più nei Deep Purple: quando perdi la verginità, non la puoi più ritrovare».

Però la sua Stratocaster era un marchio di fabbrica dei Deep Purple.
(Risponde da solo Ian Paice - ndr) «Dal vivo improvvisava così tanto che Jon Lord alle tastiere e io, dietro di lui alla batteria, non capivamo mai quando iniziare a suonare».

Jon Lord è morto un anno fa.
«Ce l'hanno detto mentre eravamo in studio. E Above and beyond è un piccolo omaggio a lui».

A proposito, anche Hell to pay è un brano con un Hammond che ricorda il suo.
«Infatti è una canzone che, con quella svisa di organo, avremmo potuto includere in Machine head del 1972. Ma anche A simple song o Weirdistan sono a metà tra il repertorio di Made in Japan del 1972 o di Perfect strangers del 1984. In fondo, piaccia o no, suoniamo la nostra musica da quasi mezzo secolo. E vediamo se qualcuno ha il coraggio di dire che non siamo coerenti».