"Siamo tutti lupi solitari che si perdono nei loro fallimenti"

Il drammaturgo tedesco parla del suo primo romanzo. Che sembra scritto per il cinema

L'imprevisto ha il viso inevitabile di «un lupo solitario» che «veniva da est» e In un chiaro, gelido mattino di gennaio all'inizio del ventunesimo secolo - questo il titolo del romanzo edito da Fazi, pagg. 230, euro 18 - attraversa il confine polacco e punta verso Berlino. L'apparizione è medianica, mediatica, ha la valuta di una apocalisse - l'ultimo lupo s'era visto oltre un secolo e mezzo prima - e porta il caos, ineccepibile come il tormento, selvaggio come una grazia, nell'esistenza fittizia di diverse persone.

Il primo romanzo di Roland Schimmelpfennig, tra i grandi drammaturghi tedeschi contemporanei, è levigato e potente: il lupo, che tutti intuiscono ma che nessuno afferra, s'inoltra come un morso nella vita di Tomasz, che lo scorge in autostrada, e che poco dopo scoprirà il tradimento della sua donna; poi ci sono due ragazzi che scappano da casa, un padre artista nel vortice del bere che «cercava di disegnare il viso di sua figlia, ma non ci riusciva», una madre depressa e tutto un libro d'ore di perduti in qualche modo redenti dalla comparsa angelica della bestia. Verrebbe da sigillare il romanzo - costruito per sketch cristallini, già pronto per un film - con un distico di Giorgio Caproni, che all'improvvisa apparizione di «una feroce Bestia» in un callido villaggio ha dedicato l'opera poetica più bella, Il Conte di Kevenhüller. «La Bestia che cercate voi,/ voi ci siete dentro», è l'illuminazione di Caproni. Schimmelpfennig, che in Wintersonnenwende, andato in scena con successo in mezza Europa, ha esumato, nel mondo di oggi, un nazista spettrale, giura che nel suo libro non c'è metafisica. Eppure, quel lupo che si aggira in una Berlino livida di livore e di caduta, ha la tensione dell'agnello sacrificale.

Ho letto una intervista che ha rilasciato al Guardian in cui diceva, riferendosi alla sua attività drammaturgica, che «il tempo è il nostro maestro». I tempi teatrali sono diversi dai tempi narrativi: come è nata l'idea del suo romanzo, attraverso quali strategie l'ha condotta?

«Questo è il mio primo romanzo, nel frattempo ne è nato un secondo, piuttosto diverso dal primo. Non penso ci sia una strategia, ma solo la necessità e il desiderio profondo di lasciare spazio al lettore: apro uno schermo vuoto che il lettore può riempire con la propria immaginazione. Non mi piace dare troppe informazioni. Non mi piace riempire uno spazio bianco. In un certo modo, cerco un dialogo tra il lettore e il testo. Il tempo è una questione complicata: ma quando leggiamo - o siamo a teatro - il tempo può trasformarsi in qualcosa di magico».

Cosa legge? Le interessa la letteratura contemporanea? Il teatro ha influenzato la scrittura del romanzo?

«Leggo tutto ciò che riesco. Ho sempre letto almeno una decina di libri insieme. Letteratura contemporanea come classici. Il teatro mi ha influenzato, è certo, ma stavo cercando una prosa diversa dalla scrittura scenica. Il cinema ha avuto una influenza possente. Più di tutti Antonioni e Fellini. In altro modo, Coppola e Kaurismäki»

La figura del lupo balugina in una Berlino cupa e metallica. Che cosa rappresenta il lupo, forse un simbolo, qualcosa di elusivo e di irrimediabile che i personaggi del romanzo inseguono senza riuscire ad afferrare?

«Il lupo, per me, non è un simbolo. Non è una metafora. Di per sé, porta a qualcosa di mitico, ma, sinceramente, non era questo il mio intendimento primario. Non c'è un meta-livello nella storia. La storia racconta di persone perdute. E di un lupo - che si è perso».

In ogni scena del libro ci sono uomini perduti o perdenti che sono predati dalle ombre: perché? Anche il lupo, in fondo, cerca una via di fuga.

«Tutti i personaggi del libro stanno inseguendo qualcosa. Oppure sono inseguiti da qualcuno. Anche il lupo, certo. Il lupo rinchiude una intera città nei suoi limiti».

Lo sfondo del libro è una Germania piena di contraddizioni esistenziali. In una intervista relativa al suo Solstizio d'inverno ha detto di essere preoccupato per l'insorgere di movimenti neonazisti. Qual è la sua idea di Germania e di Europa?

«Sono nato nel 1967 e, come tedesco, sono profondamente legato all'idea di Europa. L'idea di Europa rappresenta pace, valori, diversità, cultura. È un'idea per cui dobbiamo lottare. L'idea di Europa ha aperto la strada alla Germania post-nazista. L'Europa è la miglior cosa che abbiamo. Non c'è modo di tornare ai nazionalismi. Il nazionalismo è un concetto orrendo, superficiale, che prolifera grazie a un impasto di paura e testosterone, e non funzionerà mai, mai».

Che rapporto ha, oggi, la Germania con la sua storia?

«Sono nato 22 anni dopo la fine della Seconda guerra, 22 anni dopo la liberazione di Aushwitz. Niente, in termini di tempo e di storia. L'ombra dell'orrore è vasta. Che oggi un partito nazionalista come l'Afd in Germania cresca, mostra che alcune persone non hanno capito nulla».

Qual è il libro che le ha cambiato la vita?

«Domanda difficile. Non ce n'è solo uno. Guerra e pace di Tolstoj. Gente di Dublino di Joyce, che mi ha folgorato come un lampo. Poi, certamente, Il giovane Holden. E Il tamburo di latta. Le poesie di Anne Sexton».