Il «Sicario» del narcotraffico Del Toro esalta un noir feroce

Tra gang, spionaggio e «case della morte» in Messico il film di Villeneuve racconta una guerra invisibile

da Cannes

C'è stato un tempo, nemmeno tanto lontano e che ora però sembra distante anni luce, in cui andare dagli Stati Uniti in Messico era un piacere. Da El Paso, nel Texas, attraversavi in macchina il Rio Grande ed eri a Ciudad Juàrez. Allora passare il confine era affascinante, incontro e fusione di culture, stetson e sombreri, tacos e pollo fritto, gringos, chicas e manana. Per gli americani era il paradiso: costava poco, prometteva e manteneva molto. In Get away , un film dei primi anni Settanta, Steve Mc Queen e Ali Mc Graw , rapinatori in fuga da chi negli Stati Uniti li voleva morti, trovavano lì il loro buen retiro , un posto tranquillo, illuminato bene e in cui scaldarsi al sole.

Oggi Juàrez è una città dove i relitti delle oficinas maquiladoras, le fabbriche straniere che importavano senza pagare tariffe, ricordano il tempo fiorente dell'economia di frontiera e convivono con il primato di capitale mondiale degli omicidi. «Il quartiere migliore dove vivere è quello dove si riesce a non essere ammazzati» è lo slogan. Dei 32 Stati che compongono il Paese, secondo il governo americano sono venti quelli a più rischio: il Nord Est, che comprende Tamaulipas e, appunto Juàrez, guida la classifica. Corruzione, povertà e malgoverno, piccola e grande criminalità, immigrazione clandestina sempre più massiccia, hanno via via modificato quel paesaggio in una terra desolata che dal sud dell'Arizona arriva al nord del Messico. Il narcotraffico gli ha dato il colpo di grazia: signori della droga con eserciti personali, rivalità fra gang per il controllo di una zona d'affari vitale, guerriglia urbana fra «cartelli» e polizia locale, istituzione di vere e proprie «case della morte», proprietà dove non c'è anima viva, ma solo i cadaveri, accuratamente nascosti, dei nemici eliminati, omicidi mirati a giornalisti ficcanaso. L'idea che per preservare gli Stati Uniti dal contagio, basti tirare su un muro lungo il confine è tipica di un certo ottimismo made in Usa. Che però serva a poco, gli americani realisti e non ottimisti lo sanno benissimo.

Sicario , di Denis Villeneuve, ieri in concorso, racconta proprio l'approccio realistico al problema, i programmi classificati della Cia, gli accordi segreti della Dea, (Drug Enforcement Administration) la guerra sporca contro gente sporca, perché nel narcotraffico la cosiddetta «macelleria messicana», l'ebbrezza distruttiva che dà il sangue, il potere e il denaro, raggiunge il suo acme. Attraverso una sceneggiatura serrata, uno stile iperrealista e luminoso, un uso della macchina da presa che privilegia i piani larghi, racconta l'ingaggio, da parte del governo Usa, di un ex procuratore della Repubblica boliviano, nome in codice Alejandro (Benicio Del Toro), che ai tempi del «cartello di Medellin» vide la sua famiglia sterminata dalla gang messicana di Manuel Diaz (Bernardo Saracino) nello scontro per il controllo del traffico. «È il nostro cane da caccia» spiega l'agente speciale Matt Graver (Josh Brolin) a Kate Macer (Emily Blunt), che in quanto Fbi ha appena scoperto su territorio americano una di quelle «case della morte» prima citate. In realtà è il loro killer a pagamento: individuato in Messico il rifugio protetto di Diaz, il resto è compito suo. È la vendetta il suo salario.

Benicio Del Toro presta ad Alejandro un fisico imponente e un che di inquietante, una minaccia che cammina, ma che sa anche sorridere. Josh Brolin gli regge degnamente il gioco, l'americano per cui tutto si riduce a «loro o noi», alternativa secca, in stile western , che non lascia mediazioni e rifiuta le «fisime» della legalità. Quanto a Kate, poliziotta coscienziosa e attenta alle regole, volontaria nella missione clandestina diretta da questa strana eppure assortita coppia, per lei vale il consiglio finale datole dal primo: «Cercatevi una cittadina tranquilla dove la legge ha ancora un senso. Qui non riuscireste a sopravvivere. Non siete un lupo e questo ora è il territorio dei lupi».

«Con Sicario ho cercato di gettare uno sguardo senza veli sulle operazioni clandestine Usa e sui “cartelli” messicani» dice il regista. «Ma volevo fare anche un film sull'America e su come l'idealismo di partenza si scontri con il realismo nel momento in cui si tratta di affrontare problemi di altri Paesi. Il fatto è che si ha bisogno di super-eroi, ma al giorno d'oggi è difficile non sporcarsi le mani. Quando si ha a che fare con il male, ci si confronta con scelte morali difficili. Fin dove si può arrivare in guerre del genere? Sicario racconta proprio questo».