Il sottosuolo di Dostoevskij è molto vicino all'Inferno

Un'immaginaria (ma fondata sulla realtà) biografia scritta dall'amico del suo personaggio più sulfureo

Dare addosso a Dostoevskij non è mai una buona idea, perché lui, comunque vada, avrà sempre l'ultima parola. Gli basta stare lì sugli scaffali delle librerie e delle biblioteche ad aspettare che qualcuno lo afferri e lo legga (o lo rilegga), per avere ragione, la ragione dell'artista (che poi non è la «ragione» in senso stretto, ma insomma ci siamo capiti: troppo bravo, troppo acuto, troppo profondo, per non essere anche un uomo buono...).

Magari fai notare che era, diciamo così, letterariamente incuriosito dalla figura del pedofilo aggressivo (oltre che fisicamente attratto dalla perdita dell'innocenza di certe bambine di strada nelle quali si imbatteva), ricordando che in I demoni inserisce la confessione di Stavrogin, al vescovo Tichon, di quell'atto immondo ai danni di Matresha, figlia della sua affittuaria. Magari cerchi di dar voce, una vocina debolissima, un mugolio lontano, proveniente dalla selva impenetrabile dell'oblio, alle timide rimostranze della sua prima moglie, Maria Dmitrievna, la quale, certo, non aveva tenuto un comportamento in stile santa Maria Goretti, dopo la morte del consorte in prima battuta, l'alcolizzato doganiere Isaev, ma probabilmente non meritava, malata terminale di tisi, di stare reclusa notte e giorno in un appartamentino di Pietroburgo da Fëdor Michajlovic mentre questi se ne andava in giro per salotti, in primis quello dell'attricetta Kulikova, una delle sue tante fiamme fatue, a ricoprire, pavoneggiandosi, il ruolo di acclamato scrittore. Magari tendi a credere a chi parla di lui per esperienza diretta, pur avendo sempre cura di sottrarre dal peso la tara dell'invidia. Ad esempio lasciando tema libero alla malalingua di Strachov, critico letterario e suo collega alla rivista Il Tempo, oppure alla ridondante, auto-assolutoria prosa da tinello della seconda moglie, Anna Grigor'evna, in Dostoevskij mio marito. Anche perché al lettore italiano che voglia leggere in italiano qualcosa di miliare su Fëdor Michajlovic non è facile recuperare la biografia di Henri Troyat uscita nel 1948 dal Poligono di Milano, o quella di Leonid Grossman (uscita fra il 1968 e il 1977), mentre quella, monumentale, dello statunitense Joseph Frank è ancora di là da essere tradotta.

Quindi Che fare?, come titolava il povero Nikolaj Gavrilovic Cernyevskij, uno che peraltro, come Fëdor Michajlovic, conobbe la pietroburghese e assai poco accogliente fortezza di Pietro e Paolo? Forse l'unico modo per dare addosso a Dostoevskij senza fare la figura del meschino che gli spacca in quattro i radi capelli paglierini e gli impolverati peli del pizzetto è frustarlo fingendo di adularlo, di prostrarsi ai suoi piedi. Ma, beninteso, non in prima persona, bensì usando un complice, meglio se insider.

Questo fa Ferruccio Parazzoli in Il grande peccatore (Bompiani, pagg. 238, euro 17, nelle librerie da mercoledì prossimo), appoggiandosi a Dmitrij Prokof'evic Vrazumichin (abitualmente citato senza la «V» iniziale), il quale di Rodion Romanovic Raskol'nikov, il più dostoevskijano dei personaggi di Dostoevskij, è la fedele ombra, l'amico ingenuotto, una sorta di segretario spirituale. Se Jan Brokken, in Il giardino dei cosacchi (Iperborea, 2015), aveva usato il diplomatico e giurista Alexander Jegorowitsch Wrangel, il quale conobbe il Fëdor Michajlovic appena uscito, dopo quattro anni di detenzione, dal 1850 al '54, dal campo di rieducazione ante litteram di Omsk, ma facendo del grande scrittore un ritratto tutto sommato in positivo, a colori, Parazzoli disegna con un carboncino estratto dal sottosuolo dei sentimenti forti: la devozione maniacale, l'attrazione sessual-intellettuale, la gelosia, il catulliano «odi et amo». La fiction di Parazzoli si basa su un assunto da film noir, di quelli francesi in bianco e nero, di prima categoria: è Dostoevskij a chiedere a Vrazumichin, aspirante scrittore, di procurargli un soggetto in carne e ossa e tormenti che, come un modello, possa indossare l'idea che gli frulla in testa, quella di Delitto e castigo, la gratuità del male prima della sua banalità, la rivolta come autodistruzione. Ce l'ho io il tipo che fa per voi, risponde l'altro, è un mio ex compagno di università.

Pronti, si parte. Ma in retromarcia, percorrendo il pre-Delitto e castigo, con il confidente-lecchino a reggere la coda del venerato maestro. Ovunque e comunque, dai tavoli da gioco alle liaison, tutte platoniche a parte qualche bacino e il feticismo del piede, con questa e quella, dalle beghe editoriali al malinteso di fondo («conservatore nell'animo, appariva come un rivoluzionario»). Perché «nel suo animo la pietà e la crudeltà vivevano insieme tenendosi per mano come due sorelle». Così, pensar male di Dostoevskij parlandone bene (o viceversa) non suona come un delitto, quindi non merita un castigo. Semmai un plauso.