Lo spettacolo che avvince anche senza un copione

In scena a Torino "NoiSe" del Piccolo Teatro per uomini di latta

Un palco semivuoto. Un solo attore al centro del proscenio e una luce che lo illumina. Un'altra voce rintocca la scena e aggancia il dialogo. In sottofondo un rumore aggressivo che graffia le voci e poi il suono di un saxofono che riscalda la recitazione e accompagna i ricordi.
Un attacco drammaturgico che crea spaesamento e lascia interdetti, come se non si potesse uscire dalla gabbia della scatola scenica. Questo è il meraviglioso incipit di NoiSe uno spettacolo realizzato dal Piccolo Teatro per uomini di latta e scritto da Stefano Visconti, interpretato da Diego Garzino, Roberto Pilone, Stefano Visconti con scene e luci di Tina Bruni. Ospitato dal Teatro della Caduta di Torino. Questa compagnia piemontese è nata nel 2010 e sta viaggiando per tutta la Regione proponendo uno stile di teatro nuovo, che oscilla tra il ritmo dell'assurdo e il gioco della lingua. Una sperimentazione che inizia dall'assenza totale di un copione: nessuna traccia, nessuna indicazione. L'Autore ha disertato la scena lasciando gli attori soli e incapaci di costruire il dramma. Ma proprio sull'attesa gli attori fanno parlare i loro corpi, richiamando alla memoria vecchie rappresentazioni, echi della tradizione letteraria, antichi personaggi e identità che ormai sono come sfocate e senza forza. Per orientarsi possiedono solo un taccuino su cui sono annotate alcune regole auree del mestiere.
D'un tratto l'attenzione si concentra su un foglio che oscilla a mezz'aria con la scritta NoiSe. Ma lì, in quel simulacro di copione, nulla è scritto se non una frase di sapore oracolare. E l'Autore si fa attendere. I personaggi non esistono. È forse questa una forma di metalinguaggio per parlare del teatro? Gli uomini di latta non danno chiavi di lettura univoche perché proprio l'ambiguità e l'allusione sono i loro strumenti potenti per una nuova drammaturgia che prescinde inspiegabilmente dalla narrazione. Se il Testo non esiste e l'identità neppure, non rimane che la fisicità esibita, il caratteriale e il grottesco a dare a corpi svuotati la loro dignità scenica. Anche le parole si inceppano e lasciano spazio al rumore (noise) assordante che entra lentamente da una porta immaginaria, invadendo la scena, aggredendo gli attori, ma liberandoli dalla prigionia più terribile: l'assenza.