Da Spike Lee a Michael Mann: così Venezia diventa "doc"

Dal mito di Michael Jackson alla figura del reporter di guerra: al Lido una parata di documentari. E la Cavani racconta pure la vita di clausura

Sarà «doc» la 69esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Ora che Alberto Barbera ne ha ripreso il timone e imposto una cura dimagrante ma rivitalizzante, il numero dei documentari selezionati - quasi una ventina - si trasforma in un dato centrale della rinnovata linea artistica. Anche perché troviamo grandi registi alle prese con il «cinema del reale» diventato ormai avanguardia artistica anche per l'innovazione stilistica. Si inizia il 29 settembre con la sorpresa della serata d'apertura che ospiterà la proiezione del documentario Enzo Avitabile Music Life. Dietro la macchina da presa c'è il premio Oscar Jonathan Demme (Il silenzio degli innocenti) che, rimasto stregato dal sassofonista e cantautore napoletano, presenta così il suo lavoro: «Stavo ascoltando la radio a New York cinque anni fa quando ho sentito per la prima volta la musica di Enzo Avitabile e la mia vita è cambiata. Il film è il risultato di una settimana incredibile trascorsa con questo eccezionale uomo di musica a Napoli».
Sarà un grande evento, non solo musicale, il film che Spike Lee ha girato su Michael Jackson dal titolo Bad 25 perché prende spunto dal 25esimo anniversario dell'uscita dello storico album Bad con interviste a personaggi come Kanye West, Mariah Carey e Sheryl Crow. «Abbiamo raccolto materiale che nessuno ha mai visto, filmati girati dallo stesso Michael, riprese dietro le quinte», spiega il regista di Malcom X. Anche il prestigioso presidente di giuria di quest'anno, Michael Mann, presenterà un documentario che ha contribuito a produrre (anche se in un primo momento la Mostra lo aveva erroneamente indicato come regista). Si tratta di Witness: Libya di Abdallah Omeish che fa parte di una serie di quattro lavori per il canale statunitense Hbo incentrati sui reporter di guerra in Libia, Uganda, Messico e Brasile.
Moltissimi poi i registi italiani alle prese con il racconto della nostra storia recente. A questo proposito il film che farà più discutere sarà Sfiorando il muro. E il motivo è semplice. L'autrice è Silvia Giralucci il cui papà, agente di commercio e militante del Movimento Sociale Italiano, fu ucciso nell'assalto alla sede del partito di Padova nel 1974, la prima azione omicida rivendicata a nome Brigate Rosse. Ecco il ricordo della regista che firma il film insieme a Luca Ricciardi: «Per me, che avevo appena compiuto tre anni, fu l'inizio di un vuoto, affettivo, materiale, sociale e anche politico. Sono passati 35 anni e anch'io ho voglia di capire e di superare. Non un mio problema personale, ma il problema di una città, di una generazione, di un Paese, che per un periodo ha vissuto la politica come un valore omnipervasivo che oscurava persino la pietas per i morti». Gli Anni di piombo, dunque, raccontati finalmente anche dalle vittime.
Daniele Vicari presenta La nave dolce, documentario sull'epocale sbarco di ventimila persone l'8 agosto del 1991 a Bari da una nave albanese mentre Liliana Cavani con Clarisse concentra l'attenzione sulle monache di clausura di Urbino: «È una conversazione con queste donne e pizzicherà la Chiesa». Carlo Mazzacurati con Medici con l'Africa, girato in Mozambico, racconta l'attività dei volontari del Cuamm, la più grande organizzazione italiana per la tutela della salute delle popolazioni africane. Daniele Incaltaterra e Fausta Quattrini con El impenetrable, una vasta regione vergine del Paraguay, sono alle prese con i contrasti tra la natura incontaminata e gli interessi economici che la vorrebbero modificare.
Ancora documentari, ma legati al cinema, nella nuova sezione «Venezia Classici» con Monicelli. La versione di Mario, ritratto del regista realizzato a più mani da Mario Canale, Felice Farina, Mario Gianni, Wilma Labate, Annarosa Morri e con La guerra dei vulcani in cui Francesco Patierno racconta la leggendaria battaglia a distanza tra Anna Magnani sul set di Vulcano e Ingrid Bergman su quello di Stromboli. In nome dello stesso grande uomo, Roberto Rossellini.