Lo spirito, la materia, l'Italia Il lungo viaggio di Bartolini

A Bologna una mostra e un libro celebrano l'opera di un artista totale, fra incisioni, litografie e acqueforti

È un viaggio lungo, che supera campi boschi spiagge, costeggia case e fienili, casolari e ruderi, case nobili e catapecchie: è il lungo viaggio con cui Sigfrido Bartolini (1932 2007), incisore e pittore, ha percorso l'Italia attraversando egualmente tutte le tecniche che la pittura gli offriva, dai monotipi alla xilografia, dalla litografia all'acquaforte, dall'olio all'acquerello.

Studia con Pietro Bugiani, conosce poi Ardengo Soffici, suo primo convinto mentore, e Carlo Carrà. Fin da giovane affianca il lavoro di artista alla scrittura, caustica e ironica, collaborando a testate che hanno fatto la storia di questo paese - da Totalità al Selvaggio, a Frontespizio - che, pur tra diatribe e sconsolate polemiche, lasciava il campo a tutti, per indifferenza, magari, o per ignavia.

E così Bartolini, sulla scia degli avi maggiori e minori, da Masaccio, a Carrà, appunto, da Luigi Bartolini, a Rosai, Soffici, Sironi, percorrendo letteratura d'occasione, capolavori dimenticati o addirittura confrontandosi coi giganti del passato (le 309 tavole per il Pinocchio), si è ritagliato uno spazio assolutamente unico, personale, intoccabile. Nel quale la poesia dolente della solitudine, dell'abbandono dell'uomo, dell'assenza, del silenzio sono argomenti soltanto apparenti. L'uomo non c'è perché abita altrove: le sue fortezze quadrate, intrichi di segni o muraglie calcinate dal sole toscano, non condividono nulla con quel che siamo abituati a pensare. Vite, dolori, rumori, inizi, tragedie, passaggi.

La padronanza delle tecniche, suprema ricchezza di un artista, comprende anche persone e cose: glielo suggeriva l'antica pratica dei monotipi, come la inesauribile suggestione del Pinocchio. «Bartolini», scrive in un catalogo di pochi anni fa Daniela Marcheschi, «risponde a Collodi con altrettanta ironia e con altrettanto puntuale gusto dei particolari, dalla rappresentazione degli oggetti, alla tensione stilizzante, alla forza di far risuonare le immagini attraverso il segno, il disegno e il colore».

La Galleria Studio Cenacchi di Bologna dedica in queste settimane (fino all'8 marzo) una mostra alla grafica di Sigfrido Bartolini, che culminerà nella presentazione del ricco volume a lui dedicato, opera di Edoardo Salvi ed edito da Polistampa di Firenze (7 marzo, ore 18).

Paesaggi toscani e visioni montane, xilografie per il Pinocchio, litografie e acqueforti dedicate ai segni zodiacali, raccontano una storia di cinquant'anni, un'avventura continua tra l'esperire fino in fondo ogni possibilità che le tecniche offrano e il loro alternarle, una dopo l'altra, una accanto all'altra, con la sapienza di chi ne è perfettamente padrone. «Ogni tecnica scriveva Piero Buscaroli ha trovato in Bartolini il rintocco spirituale appropriato, il repertorio figurativo più sinuosamente e felicemente aderente ai suoi caratteri. Per ogni materia, il suo spirito: e tutti questi diversi spiriti hanno la loro tecnica, ecco il ciclo che si completa».

Quattro superbe costruzioni, quattro pezzi di un'Italia che non sembra né reale né rimpianta, ma soltanto ricordata ricordo di un tempo senza date annunciano, al primo piano della galleria (che per la prima volta a Bologna ospita una personale del pistoiese) di che artista si tratti e di che forza si sprigioni dai suoi segni, reticoli incantati capaci di ricostruire un mondo. Case massicce come fortezze, non vuote né piene, ma alfabeti primordiali di ogni civiltà, lettere di un vocabolario che soltanto il tempo svelerà. Sopra e sotto, nel soppalco e nel piano sottostante, il tono si scioglie, le misure diminuiscono, i formati diversi del Pinocchio sembrano dialogare con la fantasia gentile dei segni zodiacali, i gemelli in altalena, l'incedere timoroso dello scorpione, lo scarto nervoso dell'ariete.

«Il viaggio nello Zodiaco - scrive Edoardo Salvi nella monografia intitolata Sigfrido Bartolini incisore il privilegio del segno, gli permette di trasferire il bestiario, esseri umani compresi, delle costellazioni zodiacali sulla terra, e massime nei propri collaudati paesaggi».

«Operaio tra gli operai», nell'ultima sua opera, la decorazione a vetrate per la chiesa dell'Immacolata di Pistoia, dovette rimescolare tutto. Formati, tecniche, pensieri, somiglianze, protagonisti.

Ma, a forza di risalire alle sue fonti, e a quella ricchezza sotterranea che andava perlustrando, ci arrivò, al Quattrocento, al Trecento, al Gotico, a risalire su su per la spina dorsale dell'Italia e del suo senso nel mondo.