A stare con lui ti veniva da pinkettizzarti

Sono rimasto allibito alla notizia della morte di Andrea, non sapevo stesse male, anche perché non ci sentivamo da qualche mese. Di solito mi lasciava messaggi in segreteria dove mi chiamava Max, con quella sua voce profonda, e sempre alla vigilia di un suo libro. Era l'unico a cui non riuscivo a dire no quando mi chiedeva una recensione, e aveva la sfacciataggine di chiedertela senza troppi preamboli. Mi piaceva perché non era un do ut des, non è che poi lui avrebbe recensito me, semplicemente se eri amico suo eri un suo personaggio. Quando stavi con lui ti sembrava di essere in un film, o in uno dei suoi romanzi mezzi noir mezzi folli. L'ultima volta abbiamo parlato proprio di salute, perché io avevo smesso completamente di bere, e Andrea diceva che non si poteva fare a meno completamente di bere, che la vita senza alcol non aveva senso, e anche senza fumo. Mi offriva i suoi toscani, che fumava lunghi, senza spezzarli, e anche io mi misi a fumarli lunghi, perché Andrea era contagioso, a stare con lui ti veniva da pinkettizzarti. Un giorno mi fece promettere che se fosse morto prima lui di me avrei scritto qualcosa io, perché «tu non sei mai banale». Anche lì gli dissi sì, pensando che tanto sarei morto prima io, perché chi lo ammazzava, Pinketts. E d'altra parte la frase migliore l'ha detta Andrea, alla Pinketts fino alla fine: «Ho il cancro, perché ho fumato troppo, ma è colpa mia, il sigaro lo perdono».