Stati Uniti e Russia, superpotenze anche dell'arte

Tra i Paesi invitati piacciono le Filippine, un Ghana al femminile e una Svizzera molto modaiola

da Venezia

In tanti aspetti dell'organizzazione la Biennale di Venezia è migliorata, dalle toilette ai punti di ristoro, eppure ci permettiamo di suggerire ancora un upgrade: è troppo poco un solo giorno per la stampa specializzata, non si possono guardare con la stessa attenzione la mostra e i padiglioni nazionali soltanto il martedì. Da ieri è cominciato il consueto assalto di migliaia di addetti ai lavori, dallo spirito festaiolo, che imballano gli spazi, si danno appuntamento ai relativi cocktail, rendendo pressoché impossibile l'ingresso e soprattutto nelle nazioni principali si formano code che scoraggerebbero chiunque. Alla crescita esponenziale dei Paesi invitati non corrisponde dunque una logistica razionale. E così ci si infila là dove si può, accompagnati da un effetto Expo.

Limitandoci ai Padiglioni tra Giardini e Arsenale, ne abbiamo selezionati cinque che si sono fatti notare, dove almeno era possibile entrare senza farsi schiacciare dalla folla e dai maniaci del selfie.

Con gli Stati Uniti si va sempre sul sicuro. Pochi fronzoli, tanta concretezza, consuetudine di presentare un artista con storia e curriculum inattaccabili. Martin Puryear (nato nel 1941) è uno scultore vero, con propensione artigiana, monumentale e insieme domestico. Il suo progetto si intitola Libertà, come il romanzo di Jonathan Frenzen, ma a differenza dello scrittore non è ossessionato dall'ornitologia e non risulta noioso.

Spettacolare, magniloquente, barocco, molto intenso il Padiglione della Russia che ospita l'installazione di Alexander Sokurov, autore di film pluripremiati come Padre e figlio, Arca russa e Faust. Una scelta che testimonia come i linguaggi siano sempre più mescolati e che cinema e arte sono la stessa cosa. Una sala dell'Ermitage, lo studio di un pittore le cui finestre si affacciano sul mondo.

Tutti ne parlano, in tanti lo consigliano e, in effetti, il Ghana piace molto perché, rispetto a tanti altri, ha anima, calore, vitalità. Il racconto di una nazione libera dal 1957 attraverso sei artisti di tre generazioni, le installazioni di El Anatsui, le fotografie di Felicia Abban, la pittura di Lynette Yiadom-Boakye, queste ultime donne. Ci riporta al clima di Magiciens de la terre (30 anni fa), forse datato ma almeno non mente.

Il Sud Est asiatico è tra le realtà emergenti anche per l'esplosione di un nuovo mercato ricco e in espansione. Dalle Filippine arriva Mark Justiniani, pittore apprezzato, qui alle prese con la ricostruzione di un vero arcipelago percorribile, la narrazione di uno spazio che ingloba oggetti, luoghi, persone. E noi sopra a camminare, immersi nel buio, come scampati a un naufragio.

Tra le favorite al premio i rumors indicano la Svizzera. È uno di quei padiglioni per cui ci va tempo e pazienza. Una video-performance di Pauline Boudry e Renate Lorenz intitolata Moving Backwards, tra danza, coreografia, riti gestuali che si avvicendano in loop. Un'opera molto incline a catturare i linguaggi attuali, già battezzata dalla critica più alla moda.

Commenti

cir

Mer, 15/05/2019 - 18:33

vorrei sapere cosa centrano gli USA con l' arte...