Le stellette ai film? «Roba da Medioevo nel cinema virtuale»

«Sfondatori di porte aperte». «Affossatori di film con un pensiero dietro». Non ci va leggera Isabella Ferrari con quelli che, per mestiere, scrivono di cinema e magari liquidano con una frase mesi di lavoro altrui. Sarà che l'attrice piacentina ha il dente avvelenato con chi distrusse E la chiamano estate via battuta (E lo chiamano film), il che, tra l'altro, non ostacolò la contestata premiazione del mélo di Paolo Franchi al festival di Roma, l'anno scorso. Lei posava in nudi frontali, ma non servì a niente: pollice verso, tonfo al botteghino. Nel girone degli spregiatori d'un lavoro nobilitato, in tempi remoti, da Lietta Tornabuoni e Tullio Kezich, intellettuali colti e attenti, troviamo pure Pupi Avati. «Ritengo che i critici debbano prendersi 365 giorni di igiene mentale», suggerisce lui, che col fratello ha un vecchio patto: Antonio legge le critiche e quelle più dolorose, le tace. L'assegnazione dei «ridicoli pallini» non va giù neanche a Enrico Vanzina. «Ormai siamo arrivati al punto che i critici cercano di capire se il film avrà successo o no», sbotta il figlio di Steno.
Sta di fatto che, con la lenta agonia dei giornali di carta, boccheggia pure il ruolo dei critici cinematografici, incaricati d'appuntare stelline e palline sui baveri lisi del prodotto da sala, stremato di suo. Così coglie nel segno la rivista mensile 8 e ½, che nel numero di luglio dedica uno speciale alla critica, vista dagli impallinati. Più addetti ai livori, che ai lavori. C'è chi, come l'attore Sergio Rubini, da decadi conserva un'agenda con una scheda su ogni critico. E chi, come Piergiorgio Favino, ha una black-list per estromettere i giornalisti sgraditi dai propri incontri con la stampa. Stampata o digitale, sui quotidiani o sul web, la storia dei giudizi ferisce e, soprattutto, perisce se non diventa elettronica e ben fatta. Volge al termine, insomma, la routine di vedere un film e scriverne per un pugno di aficionados, a giorni di distanza: ora twitter e Facebook dettano i tempi, sempre più rapidi, di ricezione e recensione. Per tacere dello spoiler, fenomeno per cui più dettagli d'un film non ancora in programmazione rivela chi va alle anteprime stampa, più questi svela del proprio peso nell'ambiente. Pura autoreferenzialità, insomma. Però è bene tener conto di quanti seguaci ha, nella twittosfera, uno come Breat Easton Ellis: con meno di 140 caratteri, lo scrittore boccia o promuove a film di cinguettio. Per tacere dell'autorevole Roger Ebert, che da Chicago twittava critiche per utenti globali. In Italia, tuttavia, la critica 2.0, pullulante di siti, blog e grafomani digitali, non ha ancora trovato la quadra, somigliando a uno sfogatoio compulsivo di minidispacci vergati da nerd annoiati, invece che da professionisti attenti. Gente che apre un blog, scrivendo: «Ecco un altro palloso blog di cinema». Così quel che doveva essere una ventata d'aria fresca su Facebook, mancando lo spessore culturale degli antichi mestieranti, diventa «un'occasione sprecata» per Gianni Canova, direttore di 8 e ½. Ma il punto è sempre lo stesso: le stellette hanno un senso, nell'era dei social media? «Dipende dall'autorevolezza di chi scrive. In venti minuti, da Venezia, scrivo il mio pezzo col Blackberry, quando esco dalla sala. Parliamoci chiaro: non è solo un problema di messaggio immediato, ma anche del tuo peso nell'ambiente. Se crei dibattito su un film, ha senso sia su Twitter che su Dagospia», dice Marco Giusti, certo della propria rilevanza. «Il dramma sono i giornali, con la loro politica culturale: potevano assorbire la forza critica delle fanzines, ma non l'hanno fatto», conclude l'inventore di Blob. Poi c'è chi, come il decano dei critici Gianluigi Rondi, ancora scrive su una vecchia Olivetti, per i giornali di carta, restando autorevole. «Le stellette? Non servono a niente. Io batto a macchina, la mia segretaria digitalizza: come il caro Montanelli», scandisce Rondi. «Una stroncatura vale più di cinque stellette. Conosco gente che va al contrario: leggono la stroncatura di un certo critico e vanno in sala. Il critico non serve», ribadisce Tatti Sanguineti, che prende il Premio Flaiano proprio perché sul canale tv Iris spiega i film senza tromboneggiare.