"Stregonerie e horror, per il mio Thelma mi ispiro ad Argento"

Il regista norvegese spiega la sua passione per il giallo italiano: "L'ho studiato per anni"

Succede che il cinema di genere italiano da noi è morto e sepolto, mentre in Norvegia, per esempio, gode di ottima salute. Come dimostra, adesso, Thelma (nelle sale da domani con Theodora), film horror d'autore di Joachim Trier, 43enne regista di Oslo, beniamino di Cannes e relativamente noto dopo Segreti di famiglia (2015). Candidato all'Oscar per la Norvegia, quest'ambizioso thriller che usa il soprannaturale per parlare degli orrori legati all'adolescenza, evoca Dario Argento e Lucio Fulci, con le loro voci dal profondo, i terrori e i tremori. Anche se il New York Magazine scrive: «Immaginate Carrie, girato da Ingmar Bergman», qua spasmi, serpenti e uccellacci s'ispirano al giallo made in Italy. L'autore racconta la storia di Thelma (l'eterea Eili Harboe), studentessa di biologia all'università che non beve, né si droga, ma ha poteri paranormali che la rendono diversa. E quando, tra crisi epilettiche e visioni orrifiche, la giovane prova attrazione per la collega di studi Anja, arrivano le persecuzioni: la ragazza sarebbe una strega e il padre di lei la rifiuta. Visualmente straniante, illuminato dalla luce fredda dell'isolamento in cui vive e lavora von Trier, Thelma è un patchwork di temi adolescenza, conflitti genitoriali, repressione, superpoteri ma sostanzialmente è figlio d'un certo modo di trattare l'horror. All'italiana.

Estate, tempo di horror: perché ha girato un film di genere, impegnandosi in qualcosa di molto diverso dai suoi drammi sulla solitudine?

«E' che sono un fan del giallo. E finalmente mi sono liberato dal dover badare alla coerenza del dramma. Se mescoli immagini da incubo all'elemento orrifico, ottieni una miscela potente. Se poi l'horror e l'elemento soprannaturale creano emozioni specifiche con le quali identificarsi, ho raggiunto il mio scopo».

Da che cosa nasce il suo interesse per l'horror italiano, la cui influenza è evidente in Thelma?

«Sono cresciuto guardando i film di Ingmar Bergman e di Michelangelo Antonioni, soprattutto. Da cinefilo, ho studiato parecchi gialli italiani degli anni Settanta, in particolare quelli di Dario Argento e ogni volta rimanevo colpito da come questi film toccassero temi criminali, facendoli diventare universali. Nei miei film precedenti trattavo l'argomento della formazione, come in Segreti di famiglia; oppure, della solitudine, come in Oslo, August 31. Qui, ho cercato un personaggio complesso, arricchendolo di sfumature».

La storia di Thelma parla anche del difficile rapporto padre-figlia e dell'incapacità di accettare il proprio destino...

«Sì e c'è qualcosa di mitologico in tale relazione. Il passaggio all'età adulta e la comprensione di sé attingono al mito. Perciò ho ambientato il film in una cornice soprannaturale, tra i ghiacci delle coste norvegesi che amplificano gli aspetti emotivi di questo difficile rapporto padre-figlia. Sono un ragazzo di città e m'ha ispirato il viaggio nella Scandinavia della mitologia: volevo che il film esprimesse il contrasto tra le aree urbane e la natura incontaminata del nord del paese».

Lei gira con sconosciuti e con una diva internazionale come Isabelle Huppert: quanto conta il lavoro con gli attori?

«Conta molto. Ai miei interpreti chiedo di rispettare la sceneggiatura, ma poi concedo loro quello che chiamo momento jazz. Durante il quale possono improvvisare come meglio credono».

Quale scena aveva in mente, prima di girare?

«Difficile stabilirlo: soprattutto all'inizio, ho in testa un calderone di idee e di immagini. Ma la scena in cui la protagonista ha un attacco epilettico, all'università, e poi irrompono gli uccelli, a rompere i vetri dell'aula, ecco, questa visione alla Hitchcock ce l'avevo subito in testa».

Sembra tornato di moda il thriller, tra Il sacrificio del cervo sacro di Yorgos Lanthimos e Madre! di Darren Aronofsky: c'è un revival del genere, estate a parte?

«Credo di sì. Io vorrei contrastare i blockbuster di Hollywood, con tutti i suoi super-eroi, attraverso i super-poteri insiti nel mistero della nostra mente. Vedo in giro molta energia: c'è Sean Baker (The Florida Project), per esempio, che gira col suo IPhone, con una maestria degna di Scorsese. Mi riempie di speranza».

Ha finito di girare il suo documentario sul pittore norvegese Edvard Munch, il creatore de L'urlo. Ce ne parla?

«Ho voluto raccontare un Munch diverso da come la collettività se lo immagina. Non l'uomo angosciato, che grida nell'oscurità, ma il cantore della bellezza e della sensualità insite nella cultura scandinava. E anche questi sono temi strettamente correlati alla comprensione di sé, da parte dei più giovani».