Successo di Pizzi: la «Cavalleria» ambientata negli anni Trenta

Compare Turiddu in camicia nera. Shock salutare o smargiassata snob? L'incontro fra Cavalleria Rusticana e Pierluigi Pizzi - ovvero fra un simbolo della tradizione lirica nazional-popolare, e uno dei registi lirici più anticonvenzionali e sofisticati al mondo - prometteva scintille. Ebbene: la clamorosa combinazione, proposta alle Terme di Caracalla in Roma, ha ottenuto il suo effetto. Era risaputo che Pizzi non ami l'opera verista. E difatti Pizzi ne sposta l'azione ad un mussoliniano 1930, più vicino a quella linearità e pulizia formale di cui è riconosciuto maestro. Il gioco funziona: al posto della solita piazzetta trionfante di barocco siculo, c'è uno slargo da casa colonica del Fascio, bianca di calce accecante.
Il colpo d'occhio, illuminato di traverso come nelle foto Luxardo, è notevole, e sortisce l'effetto: asciuga il dramma dalle abituali sbracature, lo potenzia. Con conseguenze intriganti, che sollecitano lo spettatore: il carrettiere Alfio non maneggia la proverbiale frusta, ma un quotidiano (il Popolo d'Italia?) che poi Turiddu sfoglierà nervoso durante le rampogne di Santuzza. Perfino l'abituale processione pasquale viene ridotta alla discreta promenade d'un vescovo benedicente. Ma il gioco può provocare anche delle sviste. Che a servire nell'osteria di mamma Lucia siano «giovani italiane» in divisa e avanguardisti in orbace e fez, più che alla domenica di Pasqua, fa pensare al sabato fascista. E poi, mettere la sordina agli eccessi veristici va bene. Ma ridurre le grida di «a te la mala pasqua!» e «hanno ammazzato compare Turiddu!» ad annunci quasi distratti, (ed entrambi in bocca a Santuzza) significa rinunciare ad effetti teatrali sicuri. E troppo amati, per essere ignorati. L'eccellenza dello spettacolo rimane comunque intatta; e anzi completata dalla buona resa musicale dell'appassionata direzione d'orchestra di Gaetano D'Espinosa, che accelera un po' troppo i tempi della Siciliana, ma si rifà con un accorato Intermezzo, sottolineando il canto tornito di Anna Pirozzi (Santuzza) e Claudio Sgrua (Alfio) e sostenendo quello meno saldo di Kamen Chanev (Turiddu). Più che la modesta ispirazione, il pubblico rimprovera al coreografo Micha Van Hoecke il madornale errore di escludere il brano più amato della partitura: quel valzer che, si, non sarà di Rota (era di Verdi) ma che - anche qui - appartiene troppo alla memoria dello spettatore, per essere impunemente eliminato.