Suicidi per la crisi: la "Via Crucis" di Fabrizio Cattani

Vite spezzate dalle tasse nel nuovo discusso film del regista toscano

Tutto ciò che viene raccontato in questo film è realmente accaduto, così citano le immagini promozionali del nuovo lavoro cinematografico di Fabrizio Cattani.

In Cronaca di una passione il regista ci porta per mano, in modo ansiogeno e cronologico, nel baratro di un suicidio sociale. Un suicidio a cui due anziani esercenti sono costretti, causa crisi. Un film toccante, commovente, dedicato a tutti quegli imprenditori che non hanno retto all’attuale dramma economico italiano. Ancora una volta impeccabile, Cattani racconta senza retorica o ipocrisia, in modo asciutto, efficace, essenziale. E mostra al pubblico le conseguenze a cui atti giudiziari e mala burocrazia hanno portato due vittime della porta accanto. Una tragedia, quella di chi è stato costretto a perdere tutto; ma non la dignità, salvata paradossalmente da un gesto estremo.

Cattani, da cosa nasce questo film?

"Da alcuni articoli di cronaca usciti tempo fa sui suicidi legati alla crisi economica, ma anche dal fatto che i giornali avevano iniziato a parlarne sempre meno fino a smettere di segnalare nuovi casi, arrivati a più di ottocento dal 2012 al 2016. E anche perché cinematograficamente parlando era un argomento di cui nessuno si era occupato e mi sembrava doveroso farlo".

Dopo il precedente e straordinario Maternity Blues torni ancora una volta al cinema d’autore, scelta oggi raffinata e coraggiosa.

"Fare cinema d’autore in Italia è sempre più difficile, per non dire impossibile. Non interessa alle Produzioni, non interessa soprattutto alle Distribuzioni, perché non fa botteghino, la sola cosa che importa alla filiera. Lo puoi fare solo con un budget molto ridotto, e cercando di rispettare la qualità del lavoro, se vuoi che venga apprezzato e seguito dal pubblico cinefilo. L’intenzione era di fare un film di testimonianza, non di denuncia, che rispecchiasse il periodo storico e di crisi economica che stiamo vivendo".

Produzione indipendente, come lo è anche la distribuzione. Da sottolineare l’impegno con cui ha deciso di portare in tournee il film, facendo personalmente tappa nelle principali città italiane e in circuiti d’essai. Perché il cinema italiano si fa tanto fautore di messaggi importanti, e poi film così belli e intensi faticano a trovare una distribuzione?

"Penso non sia interamente colpa delle Produzioni o delle Distribuzioni, ma di una cultura cinematografica dello spettatore indirizzata solo a quella di facile consumo, di intrattenimento, svagante, divertente. Credo che solo la scuola oggi più che mai dovrebbe farsi fautrice di un rinnovamento culturale anche nel campo cinematografico. Prova a chiedere a un giovane studente chi sia Olmi, Germi, Rosi, sicuramente ti diranno che conoscono bene De Sica, ma non Vittorio. Autori che hanno insegnato a fare cinema ai più grandi registi d’oltreoceano e che col passare del tempo stanno svanendo sempre più nella cultura generale “usa e getta” che stiamo vivendo e quindi nell’interesse per le nuove proposte del mercato cinematografico".

Emotivamente forte il confronto post proiezione con il pubblico presente in sala, e coi tanti reali testimoni che condividono con orgoglio e dignità la loro personale e dolorosa esperienza.

"Faccio un passo indietro. L’unica possibilità che avevamo per proporre il film e portarlo tra la gente era l’auto distribuzione, e grazie ad una piccola distribuzione, Moovioole, abbiamo iniziato un tour contattando direttamente le sale e coinvolgendo realtà territoriali di supporto psicologico o di informazione finanziaria. Ogni volta il film diventa alla fine anche un confronto e dibattitto sul supporto che certe associazioni possono dare a chi vive una situazione di grave precarietà economica. Io lo sto seguendo città dopo città, siamo partiti dal Veneto che è stata la Regione con la più alta percentuale di suicidi e che ha portato 25 proiezioni in poco meno di due mesi. Sono state proiezioni con più o meno pubblico, ma comunque con un pubblico sempre incredibilmente attento, partecipe e anche molto toccato dal film e commosso. Siamo stati accompagnati, e lo saremo ancora, dall’associazione Gli Angeli della finanza con Domenico Panetta, lo sportello di psicologi “inOltre” con la Dott.ssa Emilia Laugelli, la Caritas Diocesana Vicentina ed il loro servizio S.t.r.a.d.e, il criminologo Pierluigi Granata, L' SDL Centro Studi con il Dott. Piero Calabrò , il Dott. Carlo Borella e molti altri collaboratori. Adesso abbiamo iniziato con la Toscana e poi termineremo con il centro sud fino a fine aprile".

Vittorio Viviani e Valeria Ciangottini, due protagonisti perfetti e straordinari. Come nasce la scelta di affidare a loro questi due ruoli?

"Penso che utilizzando attori famosi lo spettatore identifichi il personaggio, utilizzando attori meno conosciuti penso possa identificare se stesso, ed era quello che mi interessava. Ma questa possibilità te la può dare soltanto una produzione indipendente. Una grande Produzione ti impone attori famosi. Vittorio e Valeria sono due bravissimi attori di teatro poco prestati al cinema che ho reputato perfetti per il ruolo. Li ho visti a teatro, sono andato a presentargli il progetto e avendo poi letto la storia hanno accettato con entusiasmo".

Sei fra i migliori registi italiani contemporanei, e Cronaca di una passione colpisce anche per lo stile asciutto, incisivo, perfetto. Qual è stata la scena più difficile da scrivere e girare?

"Non c’è una scena in particolare, il film è la cronistoria degli ultimi tre anni di vita dei protagonisti suddivisi in tanti piccoli capitoli che sono la “via crucis” in cui molti purtroppo si sono ritrovati, ogni capitolo mi ha riservato un’emozione e anche tanto imbarazzo sapendo che tante persone si sono ritrovate a viverla per colpa di uno Stato totalmente assente nei confronti dei più umili. Per quanto riguarda lo stile, è stata una scelta autoriale anche se devo confessare che in alcuni casi lo è stata anche per esigenze economiche. Il film è costato solo settantamila euro ed è stato girato in soli diciotto giorni. Essendo tratto da storie realmente accadute è stato scritto riportando abbastanza fedelmente gli accadimenti veri ed è stato più difficile leggerli e venirne a conoscenza che scriverli successivamente".

Un film realizzato quindi low budget, in cui nessuno ha percepito compenso. Uno schiaffo ad un cinema italiano sempre più politicizzato e difficile.

"Penso sia l’unico modo per fare un certo tipo di cinema in Italia. Questo è il terzo film che realizzo con la formula Coproducers, formula che prevede che ogni professionista coinvolto nella realizzazione sia proprietario di una quota dei diritti del film. E’ un impegno molto gravoso e faticoso ma fatto volentieri anche perché abbatte notevolmente i costi di produzione, considera che i miei tre film sono costati in tutto circa seicentomila euro. È altresì entusiasmante e appassionante perché sei circondato da persone che credono nel progetto e danno il massimo per cercare di realizzarlo al meglio proprio perché il film è il loro film".

Film da non perdere, un’occasione per applaudire un regista e due interpreti eccezionali. E per riflettere.