Sul palco della storia va in scena la tragedia: a teatro con Eliade

Esce per la prima volta in Italia l'edizione integrale dei drammi scritti dal grande studioso delle religioni

Solo in anni recenti, dopo la dissoluzione della cosiddetta «cortina di ferro», la cultura dei paesi dell'Est ha ricominciato a essere considerata europea, anche se, in realtà, l'arte e la letteratura dell'Europa orientale mostrano spesso un attaccamento alle radici classiche superiore a quello delle nazioni occidentali, ben più sensibili agli influssi provenienti d'oltreoceano.

Ad esempio, l'opera di Mircea Eliade (1907-1986), poliedrico intellettuale romeno apprezzato soprattutto come storico delle religioni, dimostra che l'Europa condivide una storia e un destino comuni, che oltrepassano le posticce frontiere di unioni costruite a tavolino per radicarsi nella dimensione mitica, dove si perdono le origini della storia ma si ritrovano le anime dei popoli e degli individui.

Se la sua produzione saggistica è conosciuta e apprezzata in tutto il mondo da molti decenni, non altrettanto si può dire per la sua altrettanto vasta bibliografia non scientifica, scritta esclusivamente in romeno, dato che «per ogni esiliato come fu Eliade dopo la Seconda guerra mondiale - la patria è la lingua materna che continua a parlare».

Queste opere comprendono, oltre a una folta produzione pubblicistica, una quantità sterminata di romanzi e racconti, molta prosa diaristica e memorialistica e una piccola, ma significativa, componente drammaturgica, che è per la prima volta raccolta nel volume Tutto il teatro 1939-1970, (Bietti, pagg. 456, euro 22) magistralmente curato da Horia Corneliu Cicortas. L'opera omnia teatrale di Eliade comprende solo cinque pièces, anche se il suo interesse per il palcoscenico dura tutta la vita, a partire da quando, adolescente, fonda con i compagni di liceo una «società culturale teatrale». Crescendo, l'attenzione di Eliade per il teatro si focalizza su quelli che sono i temi principali della sua ricerca: la dimensione mitica e la sua persistenza nella realtà quotidiana. «Come il tempo liturgico differisce da quello profano ricorda in un'intervista del 1978 - il tempo teatrale costituisce una uscita fuori dal tempo ordinario» e l'attore riveste il ruolo di cerniera tra i due mondi, dato che «lo sciamano è un attore nella misura in cui certune delle sue pratiche sono teatrali: lo spettacolo che dà, per edificare e rassicurare la comunità di cui è la guida spirituale, costituisce una delle fonti del teatro».

Fedele a questa concezione rituale e mitica della drammaturgia, Eliade, nelle sue opere teatrali, ha più o meno esplicitamente attinto a fonti classiche: la sua opera principale, o comunque quella più conosciuta, è Ifigenia, una rielaborazione della celebre Ifigenia in Aulide di Euripide, riattualizzata in modo da sottolineare, come ebbe modo di scrivere, «la valorizzazione del sacrificio come mezzo per dare un'anima a un tempio o a un edificio, insomma la concezione che niente può durare se a esso non si conferisce, con il sacrificio, un'anima». Come sempre, l'intellettuale romeno non intende soddisfare un particolare gusto del pubblico, ma evidenziare l'attualità perenne del mito in generale, e quello di Ifigenia in particolare, quindi, considerato il fatto che l'opera venne scritta tra il 1939 e il 1941, non è infondato il riferimento al sacrificio di Corneliu Zelea Codreanu, capo della Legione dell'Arcangelo Michele, movimento a cui Eliade fu molto vicino, e che fu tra le principali ragioni della censura subita in patria dopo l'avvento del regime comunista.

Un altro riferimento trasparente all'attualità politica è contenuto in 1241, opera incompiuta dedicata alla resistenza europea contro l'invasione mongola, scritta nel 1944, quando la Romania, alleata dell'Asse, si trovava in prima linea contro le truppe sovietiche, che questa volta non furono fermate.

Dello stesso periodo è Uomini e pietre, che si svolge in una grotta sotterranea, con i due speleologi protagonisti che oltre a esplorare le cavità della terra si immergono nel reciproco inconscio. Gli ultimi due drammi, invece, Avventura spirituale e La colonna infinita riprendono, più o meno esplicitamente, i temi cari allo storico delle religioni: il mito di Orfeo ed Euridice nel primo e quello della funzione sacrale dell'arte nel secondo, dedicato all'opera di un altro gigantesco artista ed esule romeno, Costantin Brancusi, nel cui capolavoro, quella «colonna senza fine» che torreggia nella città di Targu Jiu, Eliade ravvisa il tema perenne dell'axis mundi, del collegamento tra sacro e profano che permane come solido cardine tra terra e cielo in tutta la storia dell'umanità.