«Sul palco toglietemi tutto tranne il potere»

Da Desdemona nell' Otello di Shakespeare ad Agrippina, madre castrante di un incompreso Nerone. I ruoli classici si addicono a Fiorella Rubino, attrice cresciuta alla scuola di Giorgio Albertazzi e che da stasera è nuovamente in scena al Manzoni di Milano nella dissacrante pièce di Edoardo Sylos Labini Nerone. Duemila anni di calunnie . Una parte centrale, la sua, e al contempo surreale non soltanto perché sul palco Agrippina è incestuosa coetanea del figlio imperatore, lacerato tra l'ideale di buongoverno e il desiderio di accondiscendere all'avidità materna. Ma anche perché l'elemento surreale sposta spazi e tempi di una trama in cui la co-protagonista appare e scompare come in un susseguirsi di flashback. L'esito sulla scena è un sapiente mix tra surrealtà e iperrealismo laddove Fiorella-Agrippina, al pari della figura di Nerone e di uno stuolo di senatori in giacca e cravatta, appare come un personaggio attualissimo.

«Agrippina è una donna che ama il potere e cerca di incarnarlo servendosi di tutti coloro che la circondano, figlio compreso» dice la Rubino che sul palco appare in acconciatura matronea e in un modernissimo costume tutto d'oro realizzato da Marta Crisolini Malatesta. «Il mio personaggio - continua l'attrice - rappresenta in forma estrema la donna contemporanea che si sottrae al potere maschile ma che anzi usa gli uomini per i propri scopi; sposa suo zio Claudio per farne adottare il figlio e poi lo uccide per far salire Nerone al trono e poterlo manovrare». Nella regia di Sylos Labini, Agrippina appare in sogno a Nerone come un fantasma la sera prima del suicidio dell'imperatore. È un momento catartico: «Realtà e incubo si mescolano. Agrippina è già stata uccisa dal figlio che non sopportava più non tanto le sue angherie, quanto le maldicenze e la sfiducia del popolo che ormai lo considerava succube della madre. Eppure quel fantasma continua a tormentarlo cercando di dissuaderlo a lasciare il potere perché, dice, il popolo ha bisogno di lui. In realtà nel testo emerge ben chiaro il tragico equivoco di cui è vittima Nerone, la cui fine è decretata dall'aristocrazia a cui ha tolto potere per favorire proprio la plebe». Duemila anni di calunnie è appunto il titolo della pièce in scena fino al 16 maggio. Agrippina, donna autoritaria che insegue gli idoli del lusso e del denaro, carica di fisicità la scena ed è una sorta di deus ex machina che trasforma lo spettacolo in una moderna tragedia greca. «Al contempo emergono caratteri che paiono quelli delle nostre cronache: le beghe della politica, i complotti tra senatori e deputati di uno stesso partito per far cadere il leader...». Nel secondo atto, sale il pathos che raggiunge l'apice con la morte dei personaggi: «Prima il suicidio di Seneca e infine quello di Nerone che, stremato dalla lotta contro i suoi fantasmi, rivolge contro di sé il pugnale esclamando: “Quale artista muore con me”...».