Testori, un classico che mette alla prova: "I promessi sposi" e i giovani d'oggi

Tantissimi i progetti teatrali in corso Al Parenti la sua rilettura di Manzoni

Una vitalità sorprendente, riservata soltanto ai grandi classici: i testi di Giovanni Testori sono oggi, ad oltre un quarto di secolo dalla scomparsa avvenuta nel 1993, vivi, ardenti anzi, come e forse più che negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, che videro la loro più grande fortuna, letteraria, drammaturgica e poetica. La dimostrazione? Nel 2017 l'Associazione Giovanni Testori rileva i diritti delle opere dall'erede storico, il gallerista Alain Toubas: tempo di prendere accordi, scegliere uno tra i capolavori inconfondibili dell'intellettuale lombardo ed è subito esplosione di progetti da parte delle compagnie italiane. Al momento solo a Milano ci sono in scena tre testi, concepiti tra il 1977 e il 1984: Edipus (Out Off, con Roberto Trifirò, fino al 19 aprile), Conversazione con la morte (Teatro Litta, fino a domani, con Gaetano Callegaro) e I promessi sposi alla prova (Franco Parenti, fino al 7 aprile, con Luca Lazzareschi, Laura Marinoni, Carlina Torta). Ma si è decisamente aperta una stagione testoriana fuori dell'ordinario, visto che al Festival di Napoli, l'appuntamento più importante dell'anno teatrale, l'8 e il 9 giugno andrà in scena, protagonista e regista Roberto Latini, In exitu, romanzo del 1988 da cui lo stesso Testori trasse un monologo messo in scena per la prima volta alla Stazione Centrale di Milano e la settimana successiva Carlo Cerciello presenterà, protagonista Imma Villa, la riscrittura che Testori fece, fuoco su relazione tra umano e divinità, di Erodiade.

«Nessun altro autore italiano ha attirato così tanto l'attenzione e il desiderio degli attori di portarlo in scena» ci spiega Giuseppe Frangi, che presiede l'Associazione Giovanni Testori. «Si tratta di testi complicati, non redditizi, con cui cioè non si fa cassetta, eppure è come se le compagnie oggi avessero il bisogno di raccogliere la sfida che Testori lancia loro. La prima nel segno della lingua: molto fisica, corporale, che riempie la voce e il corpo dell'attore. Portare la lingua di Testori è una esperienza performativa, quasi un orgasmo: ti espone a dei rischi, è una fatica, ma ti dà un senso di pienezza sulla scena che pochi altri autori possono regalare. La seconda sfida è nell'affascinante libertà, nelle prospettive che Testori apre: le domande che pone, di grande radicalità e attualità. Quello che Pasolini è nel cinema, Testori è nel teatro».

Che i testi non siano invecchiati è indubbio: nei Promessi sposi alla prova con la regia di Andrée Ruth Shammah, che ha anche curato l'adattamento, ogni personaggio sembra preso dall'oggi: non si soffre del passaggio del tempo, in nessuna fase dello spettacolo, che pure dura oltre tre ore, ma anzi si gode di una leggerezza, di una inaspettata freschezza rare oggi da ritrovare sui palcoscenici. «Ci sono parole come trasmissione del sapere, eredità, maestro, speranza, fratellanza, giustizia, ma anche Provvidenza, che vengono da Manzoni prima e da Testori poi e che significano trovare un senso all'esistenza» ci racconta la Shammah, che ha animato il suo teatro con un vero e proprio «Progetto Testori», che ha visto, tra l'altro, Lino Guanciale leggere le Poesie d'amore, mai portate prima sul palco, e La monaca di Monza in una indimenticabile edizione a regia Valter Malosti, che ha fatto il tutto esaurito un mese fa. «Nei Promessi sposi alla prova trovare un senso significa contrastare il male continuando a fare il bene» continua la regista, che fu assistente di Testori negli anni Sessanta e poi lo seguì, insieme a Franco Parenti, per tutto il suo percorso teatrale. «Testori mise alla prova Manzoni: io con questo spettacolo metto alla prova i valori dei giovani, la voglia di fare un percorso di comprensione della vita senza una visione per forza manichea. Il maligno c'è, dicono Testori e Manzoni, e siamo noi con i nostri pensieri che lo possiamo ingrandire. Questi testi chiedono responsabilità: ecco perché oggi diventano necessari».

Però lo spettacolo del Parenti è anche divertente, popolare, leggero perché racchiude lo spirito del quotidiano e perché Ruth Shammah ha rischiato portando in scena tre debuttanti assoluti, Nina Pons-Lucia (irresistibile nella sua «ingenuità consapevole»), Filippo Lai-Renzo e Sebastiano Spada-Don Rodrigo: «Lucia non è la solita Lucia che abbiamo sempre visto a teatro: è magra, secca, con quei grandi occhi trasparenti. Una ragazza di oggi, ma non nel senso banale dei blue jeans coi buchi, bensì nella direzione dello spessore contemporaneo. E infatti i giovani adorano questa versione, le scuole escono entusiaste. Testori diceva che è dalle piccolezze che si sale alle grandezze: è poco quello che si può fare col teatro ma quel poco si deve fare e per noi è tutto».