Thomas Ligotti il visionario nelle cantine dell'ignoto

È l'erede di Poe e Lovecraft. Ha ispirato l'autore di «True Detective». Scrive soltanto per combattere i propri incubi. Rivelando il «gotico» che è in noi

Thomas Ligotti: se amate le storie horror, dell'occulto, del sovrannaturale, segnatevi questo nome. Pur non essendo ancora una celebrità, in America Ligotti è diventato nel giro di pochi anni un autore di culto, da molti considerato l'erede naturale di Poe e Lovecraft. Il suo nome ha iniziato a prendere quota dopo che nel 2014 Nic Pizzolatto, l'ideatore della fortunata serie televisiva True Detective, ha ammesso il suo debito di riconoscenza verso l'opera di Ligotti, alla quale ha confessato di essersi ispirato.

Scrittore riservato e schivo, che per guadagnarsi da vivere lavora per una società di servizi editoriali, Ligotti sembra fatto apposta per alimentare il mito. La sua ritrosia a mostrarsi in pubblico e a parlare di sé hanno fatto ritenere per qualche tempo che dietro quel nome si celasse un famoso scrittore poco propenso a vedere associata la propria immagine a quel genere di storie. Da qualche anno, anche in Italia Ligotti ha iniziato a farsi conoscere. Nel 2007 è apparso il suo primo volume di racconti, I canti di un sognatore morto, a cura di Ugo Malaguti e Armando Corridore (che ne è il traduttore), da Elara editore.

È inoltre di fresca uscita Teatro grottesco, testo del 2006 edito dal Saggiatore (pagg. 281, euro 19), nella traduzione di Luca Fusari. Storie, quelle di Ligotti, che fin dalle prime righe ci fanno capire di che pasta sia fatto l'autore e nelle quali prendono forma incubi inimmaginabili. Storie disturbanti (pervase tuttavia da un soffuso humor nero) che narrano di famiglie costrette a cambiare di continuo abitazione a causa di pratiche innominabili volte a generare una nuova stirpe di uomini che hanno luogo negli scantinati; sinistre fabbriche nei cui piani bassi si producono imperscrutabili manufatti che tramite un sistema di gallerie sotterranee vengono recapitati sulla base di logiche insondabili, finendo per apparire nei luoghi meno attesi, «magari nell'angolo di un ripostiglio scuro, sepolti da un mucchio di ordinario pattume», in attesa di essere scoperti casualmente, «o sul comodino accanto a un letto».

Racconti vissuti dall'autore visceralmente, in quanto nati dai suoi incubi personali, dalla sua quotidiana esperienza della sofferenza (da tempo egli soffre di depressione, di attacchi di panico e di colite in misura tale da rendergli la scrittura un «esercizio di agonia» e «il dolore la sua musa»), dalle sue meditazioni sul male cosmico (non per niente Ligotti si dichiara un appassionato di Leopardi), dalla sua visione dell'esistente «come suprema assurdità e dell'io come supremo inganno», per citare le parole impiegate da Corridore nella postfazione all'opera da lui tradotta a stretto contatto con l'autore. Perché per Ligotti la radice dell'orrore si trova in quel qualcosa che «giace appena al limite della vista... ma non della visione». Una visione del mondo e una poetica, quelle di Ligotti, che più tetre non potrebbero essere. È lo stesso Ligotti a fornici la ricetta del racconto dell'orrore perfetto: «Un universo interamente simbolico che ritragga l'essenza orrorifica delle cose e crei con la maggiore intensità possibile il senso onirico dell'orrore del mondo (...). Tono indiretto, sognante (...). Lontananza, niente considerazioni morali proprie delle persone deste; niente preoccupazioni, ideologie, filosofie, messaggi di alcun genere. Pura visione (...).

Metafore tratte dal regno dei sogni, della morte, della malattia (...). Minimo uso del dialogo. Intrecci simili a tracce di superficie (...). Massima atmosfera. Descrizioni oggettive e prive di emotività».Ma qual è, s'interroga Ligotti, lo stile proprio dell'orrore? Qual è il suo tono, la sua voce? «A essere sincero, io stesso non sono certo di quale sia la sua vera voce. Ma in tutta la mia carriera, in tutto il tempo in cui ho origliato alle porte dei morti e dei dannati, so di averla sentita». Così egli descrive il proprio stile: «idiosincratico, con personaggi anormali, un'atmosfera intensamente onirica creata con immagini vivide». Una tecnica narrativa che, attenendosi al genere gotico tradizionale, egli paragona a una «zattera gonfiabile sulla quale l'immaginazione naviga a piacere sopra le onde dell'esagerazione». Certo, egli ammette, per confezionare simili racconti «occorrerà che l'autore sia un tantino alienato».

Insomma, per scrivere quel genere di storie bisogna esserci nati: «Sono quasi del tutto sicuro che certe persone e, a fortiori, certi scrittori hanno sempre sentito il mondo che li circonda in modo gotico». Specie tra i critici mainstream, non mancano tuttavia i detrattori di Ligotti, alcuni dei quali lo accusano di essere «debole nella trama e nella caratterizzazione dei personaggi», nonché «esageratamente ornato nel lessico».Com'è intuibile dal cognome, Ligotti ha origini italiane. Nasce a Detroit, nel Michigan, il 9 luglio 1953. Fin dall'adolescenza soffre di attacchi di ansia e di panico. In quegli anni si appassiona alla letteratura weird e ad autori come Conan Doyle, Arthur Machen, ma soprattutto a Edgar Allan Poe e H.P. Lovecraft, suoi numi tutelari. Si laurea nel 1977 in letteratura inglese alla Wayne State University. Tra il '75 e il '79 soffre di gravi stati depressivi, vive in una condizione di perenne anedonia (una strisciante incapacità di provare piacere). Malgrado la giovane età è attraversato di continuo da pensieri di morte. È anche per dar sfogo a tutta questa negatività che inizia a scrivere. Il suo primo racconto pubblicato è Il chimico, che appare nel 1981 sulla fanzine Nyctalops attirando l'attenzione degli appassionati e procurandogli altre richieste da riviste del settore come Grimoire, Eldritch Tales, Fantasy&Terror, Dark Horizons.

Nel 1986 la piccola Silver Scarab Press pubblica in sole 300 copie la sua prima raccolta, I canti di un sognatore morto che, grazie al successo decretato dal passaparola, viene ripubblicata nel 1990 da Carroll&Graf e finalmente distribuita su scala nazionale. Seguiranno Lo scriba macabro, del 1991 (edito in Italia da Elara nel 2015), Noctuary (1994), e La fabbrica degli incubi, edito dalla Raven Press nel 1996, che raccoglie i lavori precedenti e con il quale si aggiudica il primo Bram Stoker Award (ne seguiranno altri due). Del 2002 è il suo unico esperimento di racconto lungo ai limiti del romanzo, My Work Is Not Yet Done. Poi una raccolta di poesie, Death Poems (2004). Del 2010 è il saggio The Conspiracy Against the Human Race, dove egli dà forma sistematica alla sua visione del mondo «nichilista e antinatalista».Se ciò non bastasse a farci comprendere anche solo una parte della complessa personalità di Ligotti, è lui stesso a seminare qualche indizio: «Io sono un frequentatore di mercati spettrali, un visitatore dei discount dell'irrealtà, uno che cerca affari nelle cantine più profonde dell'ignoto». Siete avvertiti.

Video che ti potrebbero interessare di Spettacoli