Thriller, sogni, orrore Il Sudamerica fa squadra con 8 film

Due opere in concorso, tre nella sezione «Orizzonti» e tre cortometraggi. Merito anche degli Istituti di cinematografia e della voglia di piacere al pubblico

nostro inviato a Venezia

Nuevo cine sudamericano. Storie vere, thriller, sueños , (talento) e marketing: è così che si conquistano i festival, i critici e persino il botteghino. Il cinema del Sudamerica ha portato a Venezia un clan formidabile: otto titoli dentro e fuori concorso, da «Orizzonti» ai cortometraggi a un omaggio. Argentina, Cile, Uruguay, Venezuela, Brasile. Poi c'è il Messico: è solo perché la casa produttrice ha scelto di evitare qualsiasi festival che il nuovo film di Guillermo del Toro non ha aperto Venezia. Altrimenti, dopo Gravity di Alfonso Cuarón e Birdman di Alejandro Gonzalez Iñárritu (11 Oscar in due), sarebbe stata la terza opera consecutiva firmata da registi messicani trapiantati a Hollywood ad aprire la Mostra. Su questo Cuarón, il quale oggi presiede la Giuria, ha detto che «la new wave messicana in realtà è una old wave», ma intanto da Santiago del Cile a Buenos Aires l'onda lunga (sud)americana è strabordata a Berlino (quest'anno tra cileni e guatemaltechi hanno catturato tre Orsi), a Locarno ( Te prometo anarquía di Julio Hernández Cordón è stato applauditissimo), e ora appunto al Lido.

In concorso c'è El clan , dell'argentino Pablo Trapero, classe 1971, una delle maggiori forze creative del cinema latino-americano, dove il clan è quello di una famiglia che vive di rapimenti e omicidi nel residenziale quartiere di San Isidro, Buenos Aires. Il tutto ambientato negli ultimi anni della dittatura militare, una storia vera che ha i toni del thriller. Poi c'è Desde allá , storia di affetti e misteri maschili, di Lorenzo Vigas, prima storica volta di un venezuelano (formatosi alla New York University) a Venezia. Nella rassegna «Orizzonti» la quota sudamericana sale a tre. C'è Rodrigo Plá, uruguayano che ha studiato cinematografia a Città del Messico, con Un monstruo de mil cabezas , dove i mostri sono inefficienza, burocrazia e corruzione. C'è Anita Rocha da Silveira con Mate-me por favor : anche una delle zone più benestanti di Rio de Janeiro, il quartiere di Tijuca, può essere insanguinata da un'ondata di violenza, il tutto visto da una ragazzina di 15 anni per la quale scoprire l'amore e il sesso equivale a imparare la paura e la morte. E c'è Gabriel Mascaro, di Recife, Brasile, anno di nascita 1983, con Boi Neon , visto ieri, che racconta di un rude vaquero il quale sogna di diventare stilista sfruttando il momento d'oro dell'industria d'abbigliamento del Paese, fra ripresa economica e nuove aspirazioni.

Tra lenta uscita dalla crisi e boom economici che fanno da volano narrativo e produttivo, il Sudamerica che aspira a espugnare Venezia sfrutta soprattutto un eccellente lavoro di promozione degli Istituti di cinematografia (che sono per il cinema come i vivai per le squadre di calcio), soprattutto in Cile e Argentina, stringendo, al di là delle differenze nazionali, un virtuoso patto tra clan per far conoscere al resto del mondo il meglio del continente. Senza steccati o false sofisticherie. Una lezione anche per noi italiani. Pur riflettendo sul passato non è un cinema ideologico o intellettuale, e pure se d'autore vuole piacere al grande pubblico, tra film di genere e pop: El clan prima di arrivare al Lido, in Argentina ha incassato più di Mission impossible ...

E poi, laboratorio altamente indicativo, ci sono i cortometraggi che hanno la possibilità di sperimentare di più perché costano di meno ma danno il polso della vivacità del settore e del talento degli autori. Come dimostrano il «ragazzino» argentino Sebastián Muro, con 55 pastillas (sulla vita notturna degli adolescenti che tra musica house e droghe sintetiche attraversano l'orrore con purezza incosciente), la figlia d'arte Mariana Arriaga con En defensa propia (14 minuti di dramma in una cucina tratti da un racconto scritto dal padre Guillermo quando aveva 24 anni, la sua stessa età oggi) e la coppia brasiliana Aly Muritiba e Marja Calafange: ieri è passato il loro Tarântula , un horror (gioiello) tutto al femminile. Piccoli che faranno grande cinema.

E non è un caso se quest'anno Venezia assegnerà un premio speciale per i suoi cinquant'anni di attività al maestro messicano Arturo Ripstein, presente fuori concorso con La calle de la amargura , straordinario (dice chi lo ha visto) «pasticciaccio» in salsa piccante messicana, ovvero la misteriosa morte in una vecchia palazzina di due lottatori nani, gemelli. Ed anche questa è una storia vera accaduta nel 2009... Cinefili e grande pubblico si accomodino in sala. Dal Cinéma Nôvo brasiliano degli anni Settanta siamo già al nuovo cinema sudamericano Venezia 72. Momentos de gloria .