Timido e insolente Le mille facce di Andy Warhol

Vero divismo, finta noncuranza e squallore. Le fotografie di Shore illuminano la Factory

Non si arresta l'interesse espositivo ed editoriale per Andy Warhol. Tra poco più di un mese, il 22 febbraio, saranno passati trent'anni dalla morte di quello che resta l'artista ancor oggi più influente nel panorama contemporaneo. Più lo si studia, più lo si analizza, più vengono fuori aspetti inediti del suo lavoro e della sua personalità. Se poi ci soffermiamo sulla immensa quantità di ritratti fotografici a lui dedicati, ne scopriamo il narcisismo travestito da studiata noncuranza, il voler occupare insistentemente la scena, da prima donna dello spettacolo, consapevole che lui, negli straordinari anni '60, l'arte l'ha cambiata più di chiunque altro, che sia venuto prima o dopo.

Lo strepitoso volume Factory Warhol Shore, pubblicato ora anche in italiano da Phaidon (pagg. 192, euro 49,95), raccoglie le immagini che Stephen Shore, uno dei più noti fotografi d'America, ha scattato nella prima Factory sulla East 47th Street, ovvero il luogo che ha sovvertito il vecchio concetto di studio del pittore, polveroso e inospitale come quello di Jackson Pollock, per aprirsi a spazio polifunzionale dove le cose accadevano e non si sapeva perché. Nato a New York nel 1947, Shore si avvicina fin da bambino alle macchine fotografiche e a soli 14 anni va a incontrare Edward Steichen, direttore del dipartimento foto al MoMa per sottoporgli i suoi lavori. Ne ha appena compiuti 17 quando comincia a frequentare la Factory, proprio nel momento in cui Andy Warhol emerge nel sistema dell'arte. Il suo reportage pressoché quotidiano comincia nel 1965 e si ferma nel 1968, quando la folle femminista Valerie Solanas tenterà di uccidere Warhol, quasi riuscendoci. Uscito dall'ospedale dopo una lunga lotta, l'artista chiude le porte della Factory ai troppi «turisti per caso», decretandone così la fine del periodo migliore.

Dopo questa esperienza così forte, lo stile di Shore cambia: il colore sostituisce il bianconero, passa a una ricerca incentrata sul paesaggio e sulla cultura americana. Nel 1971 è il primo fotografo vivente a ottenere una personale al Metropolitan, eppure in pochi hanno accostato il suo nome a quello di Andy.

Commentato dai testi di Lynne Tyllman, il libro raccoglie accanto agli scatti di Shore le testimonianze di amici, complici, attori, semplici comparse, che popolavano la Factory. Sia le immagini che le parole rivelano che non esiste un «solo» Warhol, poiché chiunque l'ha conosciuto si è fatto un'idea diversa di lui. Se superiamo l'impatto con le sue opere più famose, le icone (anche commerciali) che hanno fatto storia, ne vien fuori un profilo di artista irregolare, provocatorio, persino pericoloso. Un Caravaggio del 900, insomma, che amava guardare e farsi guardare, convinto che fosse giusto fare molto con poco, così attaccato al denaro da non sprecare nulla.

Rispetto a tanti altri che hanno immortalato Warhol, da Billy Name a Gerard Malanga fino a Christopher Makos, Shore scatta foto più ricercate e meno immediate; i soggetti sono spesso in posa, si sofferma sull'aspetto psicologico della persona evitando gli aspetti scabrosi, a tratti caricaturali, del binomio sex and drugs. Coprotagonista Edie Sedgwick, la superstar che Andy amava di più. E Gerard Malanga, che aveva dipinto gli interni d'argento, il colore preferito dal suo guru.

Nel racconto dei tanti testimoni visivi di un tempo davvero mitico, non è che proprio tutto fosse rose e fiori. Alla Factory non c'era il riscaldamento, il bagno era sempre sporco e negli stanzini trovavi gente in preda a convulsioni d'astinenza. John Cale, frontman dei Velvet Underground insieme a Lou Reed, ricorda il particolare senso dell'umorismo di Cinderella, questo il soprannome che proprio loro gli attribuirono, e il diffondersi di uno stile di vita gay piuttosto recitato. Moe Tucker, che del gruppo era la batterista, racconta di aver aiutato Andy a trascrivere il romanzo biografico A, ma senza le parolacce che trovava inutili e fastidiose.

Non tutti, però, hanno trascorsi piacevoli. Il critico Donald Lyons parla di una conventicola tra gruppi di persone che esercitavano la loro influenza e i propri favoritismi a discapito di altri. Disegna la Factory come un posto squallido, pacchiano, in cui lui, Warhol, regna sovrano concentrato soltanto sul lavoro e sul denaro.