Torino saluta Farassino il Johnny Cash italiano

Era il nostro Johnny Cash, soprattutto negli ultimi anni quando, vestito di nero, aveva ripreso a calcare i palchi dei teatri torinesi con le sue storie di barriera, contaminandole con sonorità di oggi e chiedendo a giovani musicisti di esibirsi in nuove riletture. Un'apertura straordinaria per uno come lui, fiero difensore della canzone piemontese, ma soprattutto uomo curioso e attivo. Gipo Farassino è morto ieri a 79 anni nella sua casa di Torino. Lascia un'eredità culturale che parte dagli anni '60, quando in città si veniva a lavorare in Fiat, non si affittava volentieri ai meridionali e le periferie erano posti tristi e squallidi, ma di una povertà decorosa e piena di dignità. Cantante, ma sarebbe meglio definirlo chansonnier visti i rimandi alla Francia di Brassens, attore in teatro e nel cinema, politico niente affatto a tempo perso quando ancora la Lega era un movimento capace di captare il sentimento della gente, con Gipo scompare l'ultima icona di una Torino che oggi fatica a riconoscere se stessa, avendo forse perso per sempre quell'anima operaia, da oscuro travet, che lui ha cantato decennio dopo decennio.
I non piemontesi faticheranno a ricordare quei pezzi che per i nati sotto la Mole hanno un significato del tutto particolare: Sangon Blues, L 6 d' via Cuni, Cor nen, va pian, brani che esprimono tutta la filosofia dei suoi concittadini, i loro difetti e la tendenza a minimizzare qualsiasi cosa. Farassino nel 1968 debutta anche nella canzone in lingua italiana, con Avere un amico, pezzo di un certo successo al Festival di Sanremo, e Non devi piangere Maria. A un certo punto la politica diviene la passione principale: quando fonda la Lega Piemont, di cui è segretario per un decennio, essendo poi eletto nel 1994 al parlamento europeo con la Lega Nord, sono in molti a stupirsi di questa scelta. In realtà Gipo si considera figlio del popolo, rifiuta i salotti radical chic e, da sempre, viaggia controcorrente.
Nell'ultima fase della sua storia, nonostante la perdita della giovane figlia Caterina e della moglie, si toglie diverse soddisfazioni: le nuove generazioni lo considerano un punto di riferimento per la musica folk; nel 2008 viene invitato per la prima volta al Premio Tenco, e nel 2010 il Teatro Stabile di Torino allestisce lo spettacolo Stasseira che ripercorre la sua carriera. Sulla copertina dell'ultimo disco, Racconti in musica, è fotografata la sua mano, come quella di un vecchio bluesman, piena di anelli e il sigaro toscano tra le dita. Se ne è andato un grande. La sua Torino gli rende omaggio domani, con la camera ardente allestita al Teatro Carignano.