Tornano i versi visionari (e abbacinanti) di Scipione

Andrea Caterini

C'è un quadro del 1929, Il risveglio della bionda sirena, l'autore è Scipione, al secolo Gino Bonichi, che aveva consumato la sua esistenza in 29 anni (nato nel 1904, morì nel '33). Il quadro è un sogno, e come tutti i sogni cosparso di simboli. Lì aveva dipinto il legame di un'amicizia nata sotto la stella dell'arte. La sirena giunonica, distesa su una pelle di leopardo, era Antoniette Raphaël, e il sogno da cui nasceva il quadro era il suo, che lo aveva raccontato in una lettera al marito, l'altro genio della «Scuola di via Cavour» (così coniata da Roberto Longhi): Mario Mafai. Scipione aveva compiuto il miracolo di rappresentare il patto artistico con Mafai, col quale passeggiava per le vie di Roma discutendo d'arte, educandosi alla vita, per mezzo di Raphaël, colei che aveva portato in Italia l'estro onirico di Chagall. Vitale come un inguaribile adolescente, Scipione sembra ustionare la vita in un rosso che sta per incenerire ogni cosa. In lui c'è la consapevolezza di una malattia (la tubercolosi) che è il nemico da combattere quotidianamente.

Se la vicenda artistica di Scipione è stata fulminante, non lo era stata di meno quella poetica. Tornano finalmente in libreria le sole dieci poesie (affiancate ciascuna da un quadro) che Gino Bonichi aveva scritto: Le stelle cadono accese (Raffaelli editore, pagg. 56, euro 18; a cura di Davide Brullo). Versi che gli erano valsi un posto nell'antologia dei Lirici nuovi curata da Anceschi nel 1943 (era affiancato ai maggiori poeti italiani del '900: Montale, Ungaretti, Saba, Betocchi, Luzi...). Ma già nel '38 il corpo poetico era stato raccolto da Enrico Falqui e pubblicato da Scheiwiller. Poesie che Scipione scrisse febbrilmente, in stato allucinato, visionario, tra il 28 e il '30. Ha ragione Brullo a scrivere nell'introduzione che «l'opera scritta di Scipione è abbacinante, bacia chi è disposto a perdere ogni cognizione di sé. Va soppesata come un breviario, come si legge il libro della Sapienza, o Epitteto, o Pascal». Scipione, lettore fanatico del libro dell'Apocalisse, aveva visto nell'arte (pittorica e poetica) la verità di una rivelazione. E quello che gli si era rivelato aveva a che fare col segreto della creazione artistica e sacra insieme: il giorno della fine non è che la ripetizione di una nascita eterna: «Il sole entra nel mio petto/ come in una canestra/ e io mi sento voto,/ la mano si stacca da terra,/ tocca l'aria, la luce, la carne».