Il totalitarismo? Iniziò colpendo un giornale

Proprio cento anni fa, il 15 aprile 1919, con l'assalto di alcune squadre fasciste (e non solo) alla sede milanese di via San Damiano dell'Avanti!

L'anniversario è passato inosservato, eppure la data è particolarmente significativa nel panorama del ventesimo secolo, anche perché dovrebbe far meditare su un certo clima che si respira in Italia: proprio cento anni fa, il 15 aprile 1919, con l'assalto di alcune squadre fasciste (e non solo) alla sede milanese di via San Damiano dell'Avanti! (proprio il giornale che Mussolini aveva diretto fino al 1914), avvenne il divorzio definitivo tra i socialisti e l'ormai ex-compagno Benito. Fino ad allora, infatti, il futuro Duce come rilevava un rapporto della polizia di quello stesso anno - ci teneva a sembrare, ma forse s'illudeva, di essere ancora un socialista come lo era stato fino allo scoppio della Prima guerra mondiale. In effetti - anche se è vero che i socialisti etichettarono subito il fascismo come forza reazionaria al servizio di quei ceti medi che chiamavano porca borghesia - fino a quel 15 aprile di un secolo fa i due movimenti ebbero anzi alcuni punti programmatici piuttosto simili e, comunque, erano molto più vicini tra loro di quanto lo fossero rispetto al liberismo e al capitalismo, ovvero la destra di tipo anglosassone. Poi tutto precipitò: sull'argomento pubblicai anche un libro (Il compagno Mussolini) assieme allo scrittore inglese Nicholas Farrell. Ma torniamo a quel giorno milanese: nazionalisti, arditi, futuristi e fascisti vollero rispondere nonostante i veti ufficiali - allo sciopero generale indetto dai socialisti dopo la morte di un loro funzionario di partito ucciso dalle forze dell'ordine. Ci furono i primi tafferugli in Piazza del Duomo, poi in 200-300 marciarono verso San Damiano e presero d'assalto l'Avanti! diretto da quel Giacinto Menotti Serrati che, cinque anni prima, gli strani scherzi del destino, aveva sostituito il futuro Duce alla guida del giornale. Nell'assalto morirono in quattro e ci furono trentanove feriti: un colpo, partito da una finestra al primo piano della redazione, uccise un soldato. Benito, che non aveva preso parte alla contromanifestazione, non esitò a rivendicare la paternità del blitz e, dopo aver detto al Giornale d'Italia che l'assalto era stato la risposta della gente «stufa del ricatto leninista perché Milano vuole lavorare», aggiunse: «Noi fascisti non abbiamo organizzato l'attacco al giornale socialista, ma ne accettiamo tutta la responsabilità morale». Ed il 18 aprile scrisse sul Popolo d'Italia: «Non erano reazionari, non erano borghesi, non erano capitalisti quelli che mossero in colonna Era popolo, schietto, autentico popolo!». Resta il fatto che le stesse autorità non adottarono alcun provvedimento nei confronti degli assalitori: immediata fu, invece, la risposta dei socialisti che, a Firenze, per rappresaglia, uccisero un simpatizzante fascista. I giochi erano ormai fatti anche se le successive elezioni di novembre furono un insuccesso per la destra. Ma era soltanto questione di tempo perché, tre anni dopo, andò in onda la marcia su Roma.