Il totoleone non ruggisce A pochi importa chi vincerà a Venezia

L'edizione del rilancio si chiude senza sorprese o capolavori. Oggi la giuria di Bertolucci sceglierà i migliori. Nell'indifferenza

dal nostro inviato a Venezia

È fatta: stasera ci sarà la proclamazione del settantesimo Leone d'oro della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica e la notizia è che nessuno si chiede chi vincerà. Cioè, gli addetti ai lavori se lo domandano, ci mancherebbe. Ma anche loro, persino loro, senza troppa ansia. Anche questo è un piccolo grande segno di decadenza, seppur nobile. Può vincere chiunque e cambia poco. Può vincere Tom à la ferme del giovane canadese Xavier Dolan, in modo che il presidente Bernardo Bertolucci possa firmarne la consacrazione internazionale. Può vincere Miss Violence, la cui delegazione è tuttora al Lido, film che si è conquistato l'aura di opera disturbante e perciò da premiare. Può spuntarla l'estenuante Stray Dogs dell'osannato maestro Tsai Ming-liang. Può vincere Miyazaki con Kaze tachinu con quella che, avendo annunciato il ritiro, sarebbe la sua opera-testamento. Per sfregio potrebbe persino trionfare La moglie del poliziotto di Gröning. Difficilmente, vincerà Philomena di Stephen Frears che è piaciuto a tutti, e dunque...

I festival devono spiazzare e sorprendere. E chissà che coniglio estrarrà dal cilindro la giuria capeggiata da Bernardo Bertolucci. Chissà se finirà col premiare Philippe Garrel o Gianni Amelio, considerati affini al suo cinema. Tuttavia, come si diceva, poco importa. Il conto alla rovescia è terminato e l'indifferenza su chi alzerà il Leone d'oro regna malinconicamente sovrana. Al di là delle conseguenze commerciali sulle sorti del vincitore - gli ultimi due, Faust di Sokurov e Pietà di Kim Ki-duk, sono durati in sala pochi giorni - lo scarso interesse per il Totoleone non è un buon segnale per i vertici della Biennale. Se la Mostra vuole differenziarsi da altri festival più attenti al mercato e riprendersi il primato come rassegna d'arte, allora la qualità della selezione dev'essere indiscutibile. «Rischiare» era la parola d'ordine di questa edizione. Ma anche chi l'ha teorizzata fornendo la mission della manifestazione, alla prova delle visioni ha dovuto lesinare sulle stellette del giudizio critico.

Quello che si è concluso non è stato un grande concorso. Non si sono individuati capolavori. Non si sono distinte nuove personalità narrative. Non si sono imposti grandi interpreti. Non sono rimaste impresse immagini potenti. Complessivamente, è stata una selezione di qualità media. Che non lascerà il segno. Se ne ha conferma facendo un rapido paragone con le ultime edizioni. Nel 2010, presidente della giuria Quentin Tarantino, vince Somewhere di Sofia Coppola e si segnala Post mortem di Pablo Arrain; nel 2011, Darren Aronofski premia Faust, ma tutta la selezione è di ottima qualità: Carnage di Roman Polanski, Le idi di marzo di e con George Clooney, Shame di Steve McQueen, La Talpa di Tomas Alfredson; l'anno scorso, oltre a The Master di Anderson e Spring Breakers di Harmony Korinne, è il caso di Bella addormentata di Bellocchio a tenere banco.

Al confronto, gli eccessi di quest'anno, da La moglie del poliziotto a Miss Violence, appaiono scandali programmatici. Ciò che, peraltro, maggiormente dispiace è una certa approssimazione nella cura della selezione. Il caso clamoroso è stata l'esclusione dal concorso di Locke di Stephen Knight, interpretato dal formidabile Tom Hardy. Certamente consapevole della svista dovuta a una visione tardiva della pellicola, Alberto Barbera ne aveva parlato al Giornale come di un film «sorprendente», sicura rivelazione della kermesse. Così è stato. Ma lasciar fuori dalla gara il film che avrebbe avuto molte chance di aggiudicarsela per non totalizzare quattro opere inglesi è un rimedio peggiore dello svarione. Anche perché, nel contempo, sono sfilate pellicole come Night Moves, modesta storia sui rimorsi di un gruppo di militanti ecologisti, e The Zero Theorem, macedonia fanta-esistenziale di Terry Gilliam. Sicuramente, per comporre la selezione si dovranno rispettare opportunità e diplomazie. Ma se si vuole riqualificare la Mostra, primo obiettivo dev'essere elevare il livello della competizione.