"The Tribe", il film che spaccia orrore per arte

Un'opera interessante in termini di sperimentazione cinematografica ma in cui brutalità e violenza deflagrano in modo insostenibile

"The Tribe" è un film che definire sui generis è riduttivo. Premiata alla Semaine della Critique al Festival di Cannes dello scorso anno, l'opera prima di Myroslav Slaboshpytskiy nasce come omaggio al cinema muto ed è interamente girata nella lingua dei segni, senza sottotitoli e senza colonna sonora. Eppure parla un linguaggio chiarissimo, quello della brutalità.

Da spettatori il più grosso limite della pellicola non risiede nella difficoltà di calarsi nella narrazione in assenza del parlato, quanto di sostenere la visione di alcune scene. Siamo in Ucraina, in un Istituto per sordomuti. Sergey (Grigoriy Fesenko) è il giovane nuovo arrivato e viene subito sottoposto a cruenti rituali di iniziazione dalla "tribù" che controlla il convitto. Proprio all'interno di questo gruppo di sbandati, il ragazzo inizia a farsi strada, prima come delinquente di basso rango e poi come magnaccia. Incaricato di accompagnare due ragazze che vengono fatte prostituire ogni notte in un parcheggio riservato ai camionisti, Sergey si innamora, ricambiato, di una delle due, Anna (Yana Novikova), ignorando che lei stia sbrigando le pratiche per fuggire in Italia.

Il film funziona sia sul piano narrativo sia per il valore estetico dell'esperienza che propone. L'assenza di dialoghi che non avvengano nella lingua dei segni costituisce di per sé una raffinata riflessione sul linguaggio cinematografico e sul ruolo del sonoro. Gli interpreti, attori sordomuti, sono bravissimi e molto naturali: affidandosi all'espressività di viso e corpo danno vita a un microcosmo in cui regna la legge del più forte e in cui conta solo la sopravvivenza. Bisogna però avvertire lo spettatore che "The Tribe" è un viaggio annientante e spietato in cui la rappresentazione della violenza e degli atti sessuali è realistica a livelli disturbanti.

Sarebbe un errore sedersi in sala solo perché il film ha vinto un grande premio, inconsapevoli di trovarsi di lì a poco non tanto di fronte a qualcosa di artisticamente impegnativo quanto di umanamente sconvolgente. C'è un limite superato il quale ci sono cose che da esplicite diventano scioccanti. "The Tribe" lo valica. Basti pensare al lungo piano sequenza in cui una telecamera fissa segue l'esecuzione chirurgica, squallida e feroce di un aborto, improvvisato con arnesi di fortuna sul bordo di una vasca. O al finale, la cui efferatezza è il climax liberatorio di una straziante e cupa serie di abusi. Il fatto che non ci sia un primo piano e le figure siano sempre ritratte intere e da lontano, con un distacco asettico, dà la sensazione di trovarsi in un documentario in cui si osservi, a distanza di sicurezza, una delle specie animali più crudeli: l'essere umano. Messi a nudo nel loro amalgama di pulsioni istintive, personaggi di sconcertante durezza si muovono tra prostituzione, bullismo ed emarginazione. Sul grande schermo si sono già visti gli stessi temi rappresentati con modalità crude, ma quel che rende impressionante e insostenibile "The Tribe" è probabilmente il silenzio amplificatore che tutto avvolge. Un silenzio raggelante, spaventoso ed eloquente, che obbliga lo spettatore ad acuire i propri sensi e, soprattutto, a partecipare con una visione più attenta. In un contesto dalla comprensione tanto difficoltosa, lo si voglia o no, scatta un coinvolgimento più attivo, un'immersione totale. Ciò comporta, inevitabilmente, che quando l'orrore deflagra, sporchi anche in sala e resti addosso.