«Da Truffaut ho preso l'entusiasmo bambinesco»

Fanny Ardant, un nome che evoca lo charme de La signora della porta accanto del compagno e pigmalione François Truffaut. A 66 anni e 80 film interpretati, la gran dama del cinema francese si dà alla regia, esercitando con piacere il mestiere di nonna. «Amo la compagnia di Swann e Manon, i figli di mia figlia Lumir: con loro posso fare l'idiota, perché non mi prenderanno mai in giro». E quanti la considerarono davvero un'idiota, nel 2007, quando, con parole di piombo, affermò che il brigatista Renato Curcio per lei era «un eroe». Poi, ha chiesto scusa. Da vecchia ragazza chic indossa un gonnellino a righe bianche e una maglia nera, che ne mettono in risalto la linea perfetta. E attende l'anteprima del suo secondo film da regista, Cadences obstinées , stasera alla Casa del Cinema, per la rassegna «Rendez Vous».

Com'è cominciata la sua carriera da regista?

«Ho sempre scritto storie. In silenzio. Per passione. Sentivo il desiderio di narrare per immagini: scrivendo, avevo in mente le facce degli attori che avrei scelto. Sono passata naturalmente dall'altra parte della cinepresa».

In qualche modo, Truffaut l'ha influenzata?

«No: giro di testa mia. Con lui posso condividere la passione di dar vita a un film. Un entusiasmo bambinesco che lui aveva: quando faceva un film, era come se giocasse con i soldatini».

Di che cosa parla Cadences obstinées ?

«È il racconto lirico d'una violoncellista di successo, cioè Asia Argento, che lascia la musica per seguire il marito e tirar su un albergo. Mio nonno suonava il violoncello, mia madre il pianoforte: la musica, nella mia vita, è importante. La cadenza è un termine musicale e la vita di lei si svolge al ritmo di tre cadenze: musica, lavoro e morte. Recita anche Franco Nero, con la freschezza dei film a basso costo».

In termini musicali: qual è la sua cadenza, oggi?

«Una cadenza nera, pessimista. Poi, subito, una grande esaltazione. Ho una cadenza mortifera: il mondo mi sembra finito e poi, mi viene subito un gran desiderio di vita. Il soggetto della morte non mi ha mai fatto paura. È lei che dà valore alla vita: senza di essa, saremmo più cretini».

Come s'è trovata a dirigere Asia Argento?

«Bene: è un'attrice selvaggia, colta e intensa. In Francia il film è stato accolto male dal pubblico, bene dalla critica»

Come dev'essere un attore, per lei che è stata attrice di successo?

«Deve avere uno sguardo sincero. Niente gigionerie: c'è qualcosa, nello sguardo, che dev'essere rubato. Qualcosa che l'attore non pensava di dare, ma che la cinepresa ha catturato».

Da attrice, aveva questo tipo di sguardo?

«Credo di sì. Mai sognato di fondermi con un ruolo, ma era il ruolo, che doveva rivelare qualcosa di oscuro e di nuovo in me. Come quando si visita una casa nuova e passi dal corridoio alla camera della nonna e ti stupisci, perché là non ci sei ancora stata. Non ho bisogno che la gente ami il mio ruolo: posso fare la terrorista, o la criminale, ma devo amare quella parte».

Come trova l'Italia?

«Vi lamentate, proprio come noi francesi. Ma lamentarsi è bene: vuol dire che non si è rassegnati».