La Turandot firmata da Signorini riporta un vipposo parterre a casa Puccini

Il direttore di «Chi» aveva ammonito: «Senza pregiudizio, venite a vedere»

Un sogno coltivato da anni e da ieri sera realtà. Alfonso Signorini, direttore di Chi, ha firmato la sua prima regia d'opera: Turandot. Lo ha fatto in casa Puccini, in quella Torre del lago prescelta dal compositore come buen ritiro, qui nacquero Manon Lescaut, La Bohème, Tosca, Madama Butterfly, La Fanciulla del West, La Rondine. Non Turandot, tuttavia, lasciata incompiuta a poche battute da un travagliato finale.

Qui dal 1930 si tiene l'unico Festival - sulla faccia della terra - in omaggio a uno dei musicisti più amati, invidiati ma pure osteggiati di casa nostra. Il Festival con il suo teatro all'aperto, e affaccio sul Lago di Massaciuccoli, è diventato un brand: fortissimo, ma con conti in rosso che sta sanando negli ultimi due anni, si risale la china insomma. Il peggio è passato. Ma si è ben attenti a giocare tutte le carte possibili per dare visibilità alla manifestazione, farla brillare, vendere biglietti insomma.

La carta-Signorini ha funzionato. Si è tornati al parterre dei vecchi tempi, non erano presenti gli annunciati Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, in compenso c'è stata una partecipazione in massa di volti noti, anche del piccolo schermo. Sono venuti - e per alcuni era la loro prima volta - Michelle Hunziker, Federica Panicucci, Simona Ventura, Valeria Marini (assidua frequentatrice delle prime scaligere). Il nostro direttore Alessandro Sallusti e Massimo Moratti. E pure Andrea Bocelli che ha casa a Forte dei Marmi ed è ammiratore giurato di Puccini. Anzi scelse proprio Turandot per festeggiare i dieci anni del suo Teatro del Silenzio. In rappresentanza del mondo della lirica anche Nicoletta Mantovani, moglie di Luciano Pavarotti, un formidabile Calaf. Perché se c'è un Vincerò, sigillo della celebre aria Nessun Dorma, che risuona nella nostra testa, molto probabilmente è lo squillo inimitabile di Pavarotti.

Il Festival ha puntato su un nome noto, pur in ambito extra-lirica: e proprio per questo, pronto a destare curiosità, e pure perplessità. Signorini ammonisce: «Venite a vedere lo spettacolo sospendendo il giudizio. Guardate e solo dopo giudicate». A digiuno di regia, Signorini è però melomane certificato. Ovvero ha diploma in pianoforte, suona quotidianamente e frequenta i teatri. In tal senso, batte tanti registi, se non la maggior parte. Sul podio, c'era il direttore Alberto Veronesi, e nel ruolo del titolo il soprano Martina Serafin, nota per la congenialità con il mondo del compositore. Nei panni di Liù, Carmen Giannattasio, donna dalla personalità incisiva, dunque perfetta in un ruolo che Signorini ha voluto riscattare. Perché è alla piccola schiava Liù, vittima sacrificale della relazione di Calaf e la principessa Turandot, che il regista ha voluto affidare il ruolo determinante della vicenda. Lei che è la donna angelo di un'opera crudele, centrata su una regnante tagliateste, un raggio di sole che il regista ha voluto esaltare al massimo. Nei panni di Calaf, Stefano La Colla.