Ugo Tognazzi il genio che esaltò la mediocrità

A quasi trent'anni dalla scomparsa, è il momento di uno studio sistematico su Ugo Tognazzi. Mancava un volume critico che spiegasse le ragioni per le quali merita l'appellativo di grande. Ci ha pensato Gabriele Rigola, docente universitario esperto di cinema italiano. Il suo libro, intitolato Una storia moderna: Ugo Tognazzi. Cinema, cultura e società italiana (Ed.Kaplan), descrive un artista complesso, ricco di sfaccettature. Dietro l'immagine del gaudente incallito, smodatamente attaccato al cibo e alle donne, si celava una profondità di spirito che il testo mette chiaramente in evidenza.

Il punto, su cui si concentra la pubblicazione, è capire in cosa consistesse l'unicità di Tognazzi. Perché è vero che rappresentava l'italiano medio, ma la «medietà» da lui incarnata aveva delle caratteristiche che nessun altro avrebbe potuto incarnare in quel modo. A differenza dei colleghi coevi, la sua vocazione allo sperimentale lo spingeva, con metafora culinaria, a «rischiare che l'ospite desse un giudizio negativo, senza specializzarmi in soli tre piatti per farmi dire che sono un grande cuoco». L''originalità di Ugo esplose al cinema nel decennio del boom economico. Era nata una stella, che illuminava le contraddizioni di un'Italia in bilico fra tradizione e modernità; di un maschio italico il quale, fronteggiando novità epocali come l'emancipazione femminile, non sapeva che pesci pigliare. Tognazzi riuscì a dare corpo e voce alle inquietudini di quel maschio, creando un «glossario della mediocrità umana» rivelatosi particolarmente fruttuoso nei film diretti da Marco Ferreri.

Ma in che modo l'attore rese memorabile quel «glossario»? Prima di tutto con la naturalezza. Quella spontaneità recitativa era garanzia, a partire da Il federale poi via via ne I mostri, Romanzo popolare, Amici miei e cento altri titoli, di performance puntualmente impeccabili.

C'erano delle costanti, nell'uso del corpo e della voce, che lo resero un divo. E come spesso accade ai divi, si percepiva una linea di continuità fra privato e pubblico, fra l'uomo Tognazzi coi suoi eccessi, di natura sessuale e gastronomica, e i caratteri portati sullo schermo. Quegli eccessi lo spinsero addirittura a fingersi capo delle Brigate Rosse, in una storica burla organizzata dal settimanale satirico Il Male. Nel pieno degli anni di piombo rivendicò il «diritto alla cazzata», alla goliardia come gesto distensivo per stemperare gli animi. Tutto questo era rischioso, ma Tognazzi accettava il rischio a costo di apparire sgradevole al pubblico. Cosa che non accadde mai perché il pubblico condivideva le «malefatte» del suo idolo. «Épater le bourgeois» sempre e comunque, al cinema vestendo i panni dell'omosessuale, ai fornelli proponendo ricette improponibili come i testicoli di vitello al Pernod. Perfino come scrittore di gialli si inventò una storia spiazzante, dove Sordi, Gassman e Manfredi finivano morti ammazzati e il mandante degli assassinii era proprio lui, il «Grande Vecchio» Tognazzi. Era il suo modo per stare sempre al centro dell'attenzione. Egocentrismo che nel suo caso diventava «Ugocentrismo».