Un uomo geniale per le sue contraddizioni

Salvatore Merlo, classe '82, racconta la vita spericolata del fondatore del «Giornale» fino al 1945

Luigi MascheroniAnche chi lo conosce bene, qui dentro troverà qualcosa di nuovo su di lui. La biografia montanelliana di Salvatore Merlo Fummo giovani soltanto allora (Mondadori) - né santino né stroncatura, ma la semplice storia della vita spericolata del giovane Indro prima che diventasse Montanelli - è zeppa di aneddoti, testimonianze, episodi dimenticati, citazioni fulminanti, personaggi celebri, spezzoni di vita quotidiana, avventure romanzesche, eco di tragedie immani. Come un film, il cui unico protagonista - vanitoso, intelligente, furbo, teatrale, infantile, determinato, talentuoso - si chiama Indro Montanelli. Uno che voleva essere soltanto un giornalista e invece è diventato tante cose: simbolo, icona, eroe, modello, bandiera di una cosa e del suo contrario.Ecco. Il libro di Salvatore Merlo, che ha il merito di una scrittura molto elegante e il demerito di uno stile troppo compiaciuto, si distingue per il fatto di raccontarci spesso il contrario rispetto a quanto siamo soliti leggere e ricordarci del vecchio Idro. Proprio perché qui si racconta il giovane. Non sappiamo come mai un giornalista trentenne (Merlo, firma del Foglio, è del 1982) abbia scelto di ricostruire la giovinezza di Montanelli. Sappiamo però che è una buona scelta. Aiuta a far capire quanto fossero utili per sopravvivere e ineludibili per affermarsi, all'epoca, tra il 1922 e il 1945, il cinismo, la spregiudicatezza, l'ingenuità, ma anche quanto fossero diffuse l'insofferenza, il dissenso, i compromessi. Incoerenze di un'intera generazione che poi fu molto autoindulgente. «Sono i miei vent'anni, i miei stupidi e bellissimi vent'anni. E non li posso rinnegare», scrisse dopo Montanelli.Giovanissima camicia nera, studente di Giurisprudenza a Firenze col distintivo del Guf, bohémien a Grenoble dove prova la cocaina, amicissimo di Berto Ricci, di Longanesi e anche di Galeazzo Ciano, fascista fuori luogo a Parigi, colonialista scettico in Etiopia, corrispondente forse dalla parte sbagliata in Spagna, professorino tombeur de femmes in Estonia, reporter magistrale in Finlandia, giornalista impacciato in Albania, italiano confuso dopo il 25 luglio, sfortunato dopo l'8 settembre, vicino ai Savoia nel mezzo (al referendum del 1946 votò Monarchia...). Quante contraddizioni nel romanzo della vita del giovane Montanelli. All'inizio fu più entusiasta della «rivoluzione» fascista che persuaso dal Duce. Alla fine fu più fascista deluso che antifascista convinto. Di fatto non stette mai davvero né dall'una né dall'altra parte. Tra fascismo e antifascismo, che di volta in volta accarezzò per ingenuità o per opportunismo, scelse sempre se stesso. Come, appunto, la stragrande maggioranza degli italiani. Lui, semplicemente, lo fece meglio.Lo fece così bene che i suoi lettori, noi per primi, pur conoscendo tutti i peccati dell'uomo Montanelli continuano ad amare le virtù del Montanelli giornalista. Il genio della scrittura è tale da mettere in subordine i limiti del carattere. Come l'inguaribile tendenza - che Salvatore Merlo accenna, senza infierire - a ricamare sui fatti cui aveva assistito e inventarne altri cui non aveva partecipato. L'incontro con Filippo Tommaso Marinetti nel deserto eritreo è troppo romanzesco per essere reale. Il celebre reportage della battaglia di Santander è un capolavoro proprio perché sostanzialmente falso. I brillanti reportage dall'Islanda furono scritti senza muoversi da Tallinn. Il faccia a faccia con Hitler è solo un aneddoto senile. La partecipazione alla Resistenza solo una glorificazione a posteriori. E a piazzale Loreto Montanelli non c'era, nonostante sostenesse il contrario: quel giorno era in Svizzera (e forse, se proprio dobbiamo fare una nota al testo di Merlo, sarebbe stato bene consultare anche il libro - maledetto dai montanelliani - di Renata Broggini, Passaggio in Svizzera. L'anno nascosto di Indro Montanelli, Feltrinelli 2007).Ma non è questo il punto. Il punto è che Montanelli fu un gigante non nonostante le sue invenzioni, che erano solo un modo per cogliere meglio la verità. Ma proprio per questo. Per il resto, chapeau. Che in toscano si dice «giù il Cilindro».