Venezia, "Wasp Network" di Assayas: non fosse in concorso, passerebbe inosservato.

La storia vera di cinque cubani, agenti infiltrati nella Miami degli Anni 90 tra i gruppi anti-Castristi. Ricostruzione asfittica, recitazione media e lungaggini minano il risultato

Olivier Assayas (già regista di "Personal Shopper" e "Sils Maria") torna in Concorso a Venezia 76 con il thriller "Wasp Network", tratto dal libro “Los últimos soldados de la guerra fría” (The Last Soldiers of the Cold War), dello scrittore, giornalista ed ex parlamentare Fernando Morais.

Ambientato negli anni ’90, il film racconta di cinque combattenti antiterroristi inviati in Florida dal Governo dell’Avana per infiltrarsi tra i rifugiati cubani di Miami e scoprire eventuali piani terroristici. Tra i cinque c'è René González (Edgar Ramírez) pilota di linea cubano, che ha rubato un aereo ed è scappato verso gli USA, lasciando moglie (Penelope Cruz) e figlia. L'uomo, che inizia una nuova vita a Miami, è ritenuto da tutti, famiglia in primis, un traditore.

Si tratta di una storia vera, ancorché poco conosciuta in Europa, che vide poi i cinque essere scoperti dalla FBI, processati e condannati al carcere con l’accusa di spionaggio e omicidio. Uomini che avevano cercato di fermare la violenza, paradossalmente, vennero puniti al posto dei terroristi. Solo grazie all’intervento di Barack Obama, nel 2014, gli ultimi tre di loro ancora in carcere, (gli altri due erano già stati liberati nel corso di quell’anno), poterono rientrare a Cuba.

Assayas si era già cimentato, una decina d'anni fa, con la miniserie "Carlos" (su un famigerato criminale venezuelano), esperienza senza dubbio utile trattando un'altra storia di controspionaggio e terrorismo. Il problema, però, nel caso di "Wasp Network", sembra essere che la lente con cui altrove il regista ha saputo indagare l'umanità dei suoi personaggi qui appare sfocata. Si esplorano dinamiche geopolitiche e vissuti famigliari ma tutto appare privo di tensione e pathos autentici: il patriottismo appare monolitico, senza alcuna venatura romantica e le spie, anziché ambigue, sembrano soltanto rigide e anaffettive. Anche quando si rivela cosa porti i protagonisti a compiere determinate scelte, non si va a creare vera intimità con le loro motivazioni idealistiche.

Edgar Ramírez, Gael García Bernal, Wagner Moura e Leonardo Sbaraglia interpretano le figure maschili principali senza infamia e senza lode, mentre Penelope Cruz, stavolta, nel ruolo di madre e moglie in difficoltà non convince. Sembra uscita da una telenovela sudamericana degli Anni 80 e non per come le hanno acconciato i capelli.

In conferenza stampa la bellissima attrice ha affermato di aver impiegato mesi a studiare l'accento colombiano, viene quindi il sospetto che questa forzatura interpretativa l'abbia assorbita al punto da rendere la sua performance, nel complesso, meno credibile del solito.