"Vi porto nella Barcellona del Modernismo e della Settimana tragica"

Nel nuovo romanzo lo scrittore racconta le violenze che colpirono la città ai primi del '900

La grande passione per una città come Barcellona e per le storie dei meno fortunati che l'abitarono ai primi del Novecento è al centro dell'ultimo romanzo storico di Ildefonso Falcones intitolato Il pittore di anime (Longanesi). Una storia avvincente ambientata negli anni della nascita e crescita del Modernismo che vide all'opera architetti come Gaudì e Domènech capaci di inventare edifici stupefacenti come la Sagrada Familia, il Palau de la Música e che videro sorgere incredibili palazzi come Casa Amatller, Casa Batlló, Casa Milà, Casa Fuster dislocati lungo il Paseo de Gracia. Luoghi i costruiti per i ricchi che contrastano fortemente con le povere abitazioni degli operai dell'epoca che arriveranno in quel a reclamare con scioperi e manifestazioni i loro diritti. Questa vera e propria esplosione artistica e sociale porterà ai grandi contrasti della Settimana Tragica (luglio 1909) in cui verrà letteralmente messa a ferro e fuoco la città spagnola. Il pittore Dalmau Sala, abituato a disegnare per il ceramista Manuel Bello, è al centro delle vicende, lui che sa dipingere oggetti preziosi che finiranno nelle case dei ricchi ma che ama ritrarre con il carboncino i trixeraires, i poveri ragazzi di strada che cercano di sopravvivere nella Barcellona di inizio secolo. Abbiamo incontrato Ildefonso Falcones, in occasione del Festival Pordenonelegge e ci ha spiegato perché ha scelto il periodo in cui è ambientato Il pittore di anime: «conoscevo l'evoluzione del modernismo a Barcellona ma non avevo idea che in quell'epoca più di diecimila bambini vivessero per strada abbandonati a se stessi in condizioni terribili e non sapevo nemmeno il ruolo che avevano avuto le donne nelle lotte e rivoluzioni sociali ai primi del Novecento. Questi due spunti narrativi non potevano che invitarmi a conoscere meglio quell'epoca e costruirci una storia».

Furono anni di forti contrasti. Cambiarono per sempre il volto della Spagna?

«Sicuramente. L'esplosione dell'arte in quel periodo coincise con quello delle grandi rivoluzioni sociali. Il Modernismo ai primi del Novecento cambiò radicalmente la fisionomia di Barcellona. Venne abbattuta la sua cinta muraria e la città che alle classi dominanti era apparsa sino ad allora troppo squadrata e chiusa si sviluppò ulteriormente dal punto di vista urbanistico gettando le basi di quei viali e di quei grandi palazzi che la caratterizzano visivamente ancora oggi. La borghesia sognava di vivere in un luogo che fosse all'altezza di città come Parigi o New York che all'epoca segnavano le tendenze ed erano considerate all'avanguardia. Il movimento del Modernismo si sviluppò nell'arco di vent'anni e ci ha lasciato un'eredità architettonica superba. È un peccato che non siano rimasti in piedi i negozi di quell'epoca ma solo le case create per i ricchi dai grandi architetti.

Che effetto ebbe l'ostentazione della ricchezza?

«Ci fu una sorta di gara di ostentazione del lusso nell'edificare certi nuovi palazzi che indusse le classi operaie a chiedersi qual'era il loro vero ruolo in una società moderna e in una città come Barcellona. Per la prima volta si chiesero se potevano migliorare la loro situazione e in qualche modo compensare la disparità di vita che esistevano fra i ricchi e i ceti meno abbienti. Pensate che sino all'avvento del Modernismo era normale che le elezioni venissero truccate e che i potenti locali facessero i loro brogli alla luce del sole senza che la classe operaia si rivoltasse. La magia della nuova architettura portò un nuovo vento di libertà alle classi operaie e le costrinse a scendere in piazza per rivendicare i propri diritti e il proprio ruolo nella nuova società che stava sorgendo».

Cosa successe durante la Settima Tragica?

«Vennero dati alle fiamme più di Ottanta edifici per lo più adibiti a pratiche religiose della Chiesa ma non si è mai compreso come mai ci sia stato questa sorta di attacco anticattolico in città. La ribellione fu scatenata non solo dalle terribili condizioni in cui si trovavano gli operai ma fu anche una risposta diretta alla guerra in Marocco che era stata voluta dalla ricca borghesia. Un conflitto acceso per poter ottenere lo sfruttamento minerario di alcune zone di quella terra. Per questa guerra vennero reclutati a forza tantissimi padri lavoratori. Questo lasciò molte famiglie senza l'unico sostento economico che prima avevano. È singolare che la rivolta si trasformò in un attacco frontale nei confronti delle proprietà della Chiesa. Non abbiano notizie di incursioni contro le proprietà dei borghesi che avevano scatenato la guerra e che sfruttavano pesantemente le masse operaie. Si trattò di vere e proprie battaglie campali per le vie di Barcellona che coinvolsero più di quarantamila operai guidati da leader sui generis con prostitute e delinquenti comuni. In quei giorni si visse una situazione di caos totale».

Come ha scelto i protagonisti del suo romanzo?

«Dopo aver scelto lo sfondo storico del mio libro che vi ho raccontato avevo bisogno di qualcuno che mi potesse fare entrare, narrativamente, nelle case dei ricchi e che avesse facile accesso a quei luoghi. Per questo ho scelto un ceramista-pittore che fa bene il suo lavoro, che vive una sorta di ascesa personale lavorativa che gli permetterà persino di ipotizzare per qualche giorno di poter entrare a far parte di quella classe per la quale lavora. Per mostrare poi l'altra faccia di Barcellona, quella della grande miseria e delle lotte sociali avevo bisogno di un altro personaggio. Di un'attivista sociale che partecipasse agli scontri con la polizia con gli operai. Ne è venuto fuori una storia che parla di amore, passione, sesso, vendetta, tradimento».