"Celebriamo meglio Dalla, ma evitiamo la retorica"

Il leader degli Stadio lo ricorda così: «Un grande e generoso ingordo creativo Composi l'intro di Albachiara e si arrabbiò: O scrivi così anche per me oppure ti licenzio»

Comunque lo festeggerebbe a modo suo. Lucio Dalla oggi compirebbe 73 anni e scherzerebbe come al solito su tutto (anche sulla data della sua morte, il primo marzo di quattro anni fa). Gaetano Curreri lo conosce benissimo, così bene da usare ancora il presente quando parla del suo amico Lucio: «Lui sa leggere il futuro nella sua speciale palla di cristallo». Nel nuovo disco degli Stadio, Miss Nostalgia (tra l'altro il loro migliore da tanti anni a questa parte), Lucio Dalla appare anche come sassofonista in Noi come voi, che scrisse proprio con Curreri: «Se ci avesse visto vincere il Festival di Sanremo, avrebbe commentato alla sua maniera: Io ve l'avevo detto, teste di c...!». Insieme hanno scritto brani enormi (Il Duemila un gatto e il re, ad esempio) e condiviso decenni di storia musicale: «Fatico a pensare che non ci sia più il suo spirito che aleggia in giro», dice. E in effetti, a parte la bella idea di Radio2 di festeggiare la sua storia stasera in diretta con, oltre proprio a Curreri, tanti ospiti come Ron o Caparezza o Paolo Fresu, Lucio Dalla sfugge alle celebrazioni istituzionali. Insomma, se ne parla molto meno di quanto si dovrebbe (e di quanto merita).

Chissà perché, caro Curreri.

«Beh forse è lo specchio di chi sia stato Lucio: era un uomo di strada, era pop. A Bologna, ad esempio, non c'è un bar o un ristorante che non abbia un pezzo di Lucio appeso alla parete: una foto, un autografo, un clarinetto... Era un ingordo, amava fare di tutto».

Un caso unico.

«E la sua anima compositiva gira molto nel nostro nuovo album: lui guardava nel passato per proiettarsi nel futuro».

Guardiamo ala passato.

«Lucio mi ha insegnato come nascono le canzoni. Ripeteva sempre che se non avesse incontrato il poeta Roberto Roversi lui avrebbe fatto l'idraulico. Perciò un giorno mi disse: vai da lui a imparare come si fa. Io ero pigro ma mi obbligò proprio. Ricordo quella sera al Marabù di Reggio Emilia quando mi disse: O ti metti a scrivere oppure ti licenzio».

E come aveva capito che lei avesse quel talento?

«Avevo scritto l'introduzione di pianoforte di Albachiara per Vasco e lui si chiedeva perché non mi impegnassi a fare altro. Sei un cialtrone. Andai a casa piangendo».

E poi?

«Arrivai con Chi te l'ha detto, che poi finì nella colonna sonora di Borotalco grazie a Carlo Verdone. Lucio era uno che non solo ti stimolava, ma ci credeva proprio. Difatti ci scrisse il testo di quel brano».

E dopo Roversi?

«Andai da Lucio con Chiedi chi erano i Beatles e lui impazzì: Sarà una delle più belle canzoni degli anni Ottanta, mi disse. Grazie a Lucio e a Roversi, ho imparato a scrivere musica per autentiche poesia. Ad esempio Un senso di Vasco Rossi».

Una lezione.

«Difatti il miglior modo di celebrare Lucio è di farlo giorno dopo giorno. Lui era così. Ad esempio, quando arrivammo ultimi a Sanremo nel 1986 con Canzoni alla radio, ci rimase così male che prese la decisione drastica».

Ossia?

«Ci sottrasse all'umiliazione portandoci a suonare per un mese negli Stati Uniti. Tornammo con il disco DallAmeriCaruso e con i complimenti dei discografici della Motown. Perché non dimentichiamo una cosa...».

Cosa?

«Proprio facendo nascere gli Stadio a propria immagine e somiglianza, ha capito per primo, forse insieme a Venditti, che non bastano le canzoni ma ci vuole anche un suono».

Difatti il suono degli Stadio si riconosce a occhi chiusi.

«Lui voleva quel suono lì e ce l'abbiamo ancora. Non a caso in tour faremo Noi come voi e la sua La sera dei miracoli».

Però la sua memoria per ora è ancora gestita in modo confusionario.

«Beh lui odiava la retorica. Io mi sono battuto perché Bologna avesse un liceo musicale intitolato a suo nome. E in giro ci sono iniziative. Ma, certo, aveva creato una struttura molto complessa: non ha lasciato una nave, ha lasciato un transatlantico che aveva governato con le sue regole. Non è facile per la Fondazione riprendere la rotta. Dalla era istintivo e inarrestabile. E sapeva farmi arrabbiare più di qualsiasi altra persona. Ma poi, come nelle migliori amicizie, passava tutto».

A Bologna stanno rinascendo gli Studi Fonoprint.

«E io credo in questa rinascita. Lucio si era accorto che a Bologna stava nascendo un piccolo studiolo e lo voleva far crescere per farlo diventare il terzo polo della musica dopo Roma e Milano».

Il mecenate Dalla.

«Quando Verdone ci propose la colonna sonora di Borotalco, la Rca non credeva molto in noi, anzi non ci credeva proprio per niente, così Lucio ci spedì a registrare lì e poi registrarono in tanti, persino il doppio premio Oscar Morricone e, adesso, Zucchero».

Che cosa vi siete detti l'ultima volta?

«Mi disse: Quando torno dal tour europeo, mi devi dare una mano. Gli ho fatto la promessa. E prima o poi spero di mantenerla...».