Un viaggio molto letterario nella storia dell'Ucraina

Andrea Caterini

Quanti scrittori non conosciamo di lingua straniera? Non parlo di americani di quelli ne abbiamo letti fin troppi. Bisogna dare invece il merito ad alcuni editori di avere il coraggio di farcene scoprire ancora di veri. Si legga Jurij Andruchovic, in libreria per Del Vecchio il 30 giugno con il romanzo I dodici cerchi. Anche se un altro suo libro, Moscoviade, era stato tradotto nel 2003 per Besa, è davvero il caso di parlare ora di scommessa editoriale, perché questo libro presenta non poche complicazioni. Il lettore italiano potrebbe sentirsi spaesato tra tutti i sottintesi e le vicende ucraine che l'autore dà per scontati.

Una seconda difficoltà riguarda l'aspetto linguistico e strutturale del romanzo. Andruchovic si muove infatti tra diversi generi e toni di scrittura. Dall'ironico al tragico, lo seguiamo nella sua geometrica storia piena di salti temporali (l'Ucraina dagli inizi del '900 agli anni '90), un po' fedele alla trama, un po', si direbbe, tutta sintassi. Andruchovic fa parte di quella generazione di scrittori che si è voluta affrancare da troppi anni di «realismo socialista». Andruchovic è uno scrittore proprio perché ci restituisce una visione del mondo grazie allo stile. La trama, poi, è risolvibile in pochi cenni: un fotografo austriaco, Zumbrunnen, affascinato dall'Ucraina, vi viaggia diverse volte, divenendo l'amante dell'interprete che l'accompagna, Roma, la quale è sposata con un intellettuale, Pepa. Nell'ultimo viaggio in quei territori, si ritrovano tutti invitati nello stesso albergo, antica stazione di spionaggio russa, che diventa un teatro assurdo, nel quale le contraddizioni umane si intrecciano alle contraddizioni di un Paese che ha voluto la sua indipendenza ma che ora vive nel caos. Ma il vero protagonista è la voce dell'autore, che pare aver assorbito l'intera lezione del romanzo europeo, provando a donargli nuova vita.