Vinicio Capossela rilancia il "rebetiko"

Nel nuovo cd adatta (anche) le sue vecchie canzoni a questo stile greco

Tanto non lo acchiappi. Vinicio Capossela è abituato a vagare qui o là e, se qualche volta cala l’àncora in qualche porto, è solo per caso. L’anno scorso ha fatto il botto con Marinai, profete e balene, disco da piani alti della classifica e uno dei dischi più belli dell’anno. Adesso sorpresa. Parla (e canta) di un genere musicale che pochissimi qui da noi conoscono, il rebetiko. Cose greche. Lui lo spiega così: «È una musica nata dopo la catastrofe greca del 1922. È vera e sincera. E ti spinge a tirar fuori la parte più sofferente di te». Non è folk, non è folclore, è quello che in Argentina potrebbe essere il tango e nel Delta del Mississippi il blues, ma solo nello spirito. I suoni, in realtà sono diversi. Il rebetiko è malinconia rabbiosa, talvolta sognante, sempre lirica. Capossela, che è bruciante nei suoi innamoramenti ma sa distillarli bene, è entrato nel mondo greco ben più di dieci anni fa, anno 1998. In un decennio ha metabolizzato e poi ha inciso questo Rebetiko gymnastas, che esce martedì, e che raccoglie quattro brani inediti (favolosa la versione di Misirlou, un classico scelto anche da Tarantino per Pulp fiction) più una ghost track (un duetto con Kaiti Ntali nella canzone Come prima di Tony Dallara) e otto canzoni del repertorio di Capossela che lui ha rivestito con gli abiti del rebetiko. E in effetti Contrada Chiavicone (dall’album Il ballo di San Vito) e Signora Luna (da Canzoni a manovella) hanno riflessi che chiunque scoprirà nuovi e per forza entusiasmanti. «L’anno scorso ho fatto il disco del mare. Stavolta pubblico quello del porto. Il rebetiko è la musica dei locali del porto, le taverne. E in Grecia ci sono i taverno punk, ragazzi che si rivedono in questa musica che parla di carcere, di eroina, di dolore». In poche parole, questo disco per Vinicio Capossela è una sorta di «Buena Vista Social Club del Mediterraneo». Forse esagera, ma non troppo. Ci sono poche cifre musicali che in questo momento aderiscono alla realtà come il rebetiko. In Grecia ma non solo. «Ho un debito con la Grecia» spiega lui, che poi aggiunge: «Godard diceva che solo per diritti d’autore la Grecia dovrebbe essere ricchissima». E basta solo guardarlo negli occhi, questo artista impossibile da definire, per capire quanta Grecia ci sia nel suo animo. La sofferenza nobile. E la nobiltà della tradizione. Pochi come lui, oggi sono così recettivi, e così personali nel ricevere tutti i suoni che sopravvivono al consumismo musicale. Forse per questo gli viene da dire che «la Grecia è un laboratorio di cosa gli eccessi della finanza producono nella vita della gente». Lui d’altronde vive sganciato dall’attualità. Lo vedi da come si veste. Da come parla. Dagli scarti anacronistici del suo dialogare. «In fondo - spiega - il rapporto con la musica è del tutto personale. E non sempre i fenomeni di massa coincidono con i miei innamoramenti. L’unica volta che è capitato è stato quando Jeff Buckley piaceva a tutti e anche a me». E anche questo disco è un disco favolosamente anacronistico. Forse per questo piacerà. E forse per questo, quelli che lui chiama «esercizi allo scoperto» ossia i concerti di questa estate e del prossimo autunno, saranno eventi da godere. Qualsiasi lingua voi parliate.