La violenza sfasciafamiglie che cova nei nostri ragazzi

Convincono Gassman e Lo Cascio nel film ispirato a "La cena". Due fratelli diversi ai quali la tragedia cambia ruoli. E morale

da Venezia

Ogni padre, ogni madre, pensa di conoscere il proprio figlio. E di conoscere i figli degli altri in base ai loro genitori. Poiché siamo convinti che abbiano preso da noi, che siamo noi ad avergli trasmesso ciò che hanno, di positivo naturalmente, il lato negativo fa parte della crescita, delle cattive frequentazioni, di internet e della società, trasportiamo questo metro di giudizio nelle famiglie altrui, e ci regoliamo di conseguenza. Paolo, per esempio, è un chirurgo pediatrico, compassionevole, generoso, altruista, il cui fratello minore, Massimo, è un avvocato penalista, quotato, navigato, sufficientemente cinico. Il figlio del primo, Michele, è sì ombroso, ma Paolo sa che è fondamentalmente buono, come lui; la figlia del secondo, Benedetta, è frivola, egoista, superficiale, lo specchio quindi del fratello. Poi succede che i due cugini, entrambi minorenni, si ritrovano complici di una bravata bestiale, una povera barbona presa a calci per strada e lasciata morta, e si scopre che i caratteri paterni non sono poi così definiti. Perché l'altruista Paolo non accetta che la giustizia riguardi anche le colpe del proprio ragazzo, mentre il cinico Michele trova immorale lasciare impunito non solo quello che è un delitto, ma far passare l'idea che non si è responsabili delle proprie azioni, la vita come un videogame in cui si cancella ciò che non ci piace.

I nostri ragazzi , di Ivano Di Matteo, presentato ieri nella sezione Giornate degli Autori (e liberamente ispirato a La cena di Herman Koch), è interessante proprio per questo, l'angolazione particolare con cui illumina due stili di vita, due, come dire, ideologie. Il medico pietoso ha naturalmente una moglie colta, i gusti borghesi del cibo semplice e a chilometro zero, un ben mascherato complesso di superiorità proprio di chi si sente giusto, politicamente corretto, eticamente superiore. Rispetto a questa coppia, quella rappresentata dal fratello, rimasto vedovo e risposatosi con una donna che, naturalmente, non lavora, è vista come il concentrato della futilità femminile e del rampantismo maschile: troppi soldi, troppi lussi, troppi status symbol tipici di quella orribile «Roma bene» a cui guardare con il disprezzo sorridente, ci sono pur sempre dei legami di sangue, di chi sa di essere dalla parte del progresso e della giustizia sociale. In fondo, operare dei bambini vuol dire aiutare veramente i più deboli, mentre difendere degli assassini vuol dire contribuire al marcio della società. E invece, in maniera convincente, Di Matteo ci mostra che non è così, è tutta una sovrastruttura: al momento delle scelte, il più sensibile, quello moralmente più sano è lì dove non ti saresti mai aspettato di trovarlo.

Costruito con un inizio adrenalinico, un litigio fra automobilisti finito in tragedia, e un finale a sorpresa che lascia qualche recriminazione nello spettatore, il film si segue con crescente interesse grazie soprattutto all'interpretazione di Alessandro Gassmann (Massimo), mai così in palla e così misurato, in grado di rendere con mutamenti quasi impercettibili il dramma interiore di chi non solo si rende conto di non conoscere sua figlia, ma ne avverte l'agghiacciante quanto insopportabile vuotezza. Luigi Lo Cascio (Paolo) è a sua volta bravo nel delineare la psicologia di chi nel gesto assassino del figlio vede in realtà andare in frantumi il proprio universo egualitario e solidale, dove il male non può introdursi, dove tutto è sempre e solo fatto a fin di bene. Così, salvare il proprio ragazzo significa soprattutto l'impossibile tentativo di salvare se stesso, i propri valori, la ragione stessa della sua esistenza. Vittoria Mezzogiorno e Barbora Bobulova sono le due madri, fra loro ostili perché troppo diverse l'una dall'altra, Rosabell Laurenti Selles e Jacopo Olmo Antinori i due giovani assassini che si ostinano a pensare che quella «barbona» in fondo se la sia cercata e una lezione comunque se la meritava.

«Sono sempre stato affascinato dalle “famiglie” - dice il regista - intese come riproduzioni in miniatura della società che le circonda. Ho cercato di fare un film che parlasse della violenza, quella nascosta, tenuta a bada, e che può esplodere, per caso, per sbaglio, in chiunque di noi. E volevo raccontare le differenze fra ciò che siamo e l'immagine che di noi stessi ci costruiamo ogni giorno».