"Virzì ha vinto il David ma noi siamo già il futuro"

Edoardo De Angelis, regista di "Indivisibili" (che ha avuto ben sei statuette), è stato allievo del regista livornese: "Lui è la tradizione"

Le gemelle Fontana, protagoniste del film "Indivisibili"

È stato il film con il numero maggiore di candidature ai David di Donatello, ben 17, come La pazza gioia di Paolo Virzì e, alla fine, quello che si è aggiudicato il maggior numero di statuette, 6, tra cui la sceneggiatura e le musiche di Enzo Avitabile. Parliamo di Indivisibili, terzo film di Edoardo De Angelis, tornato ieri nelle sale di Roma e Napoli, distribuito da Medusa, che, a differenza degli altri, non vantava attori conosciuti e giustamente premiati come Stefano Accorsi o Valeria Bruni Tedeschi anche se Antonia Truppo ha ottenuto il suo secondo David come migliore non protagonista un anno dopo Lo chiamavano Jeeg Robot.

La pazza gioia però ha ottenuto i premi più pesanti, miglior film e miglior regista, e per Edoardo De Angelis, napoletano di 38 anni, è stato un po' come tornare sui banchi del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma quando a insegnare regia c'era proprio l'autore toscano: «Da Virzì ho imparato molte cose di questo mestiere, lui ha realizzato un bellissimo lavoro, noi non ci sentiamo certo defraudati anche se il suo film rappresenta una tradizione. A me e al mio gruppo piace cercare nuove strade. Comunque ci rimane una fame di statuette da saziare in seguito...».

Qual è l'universo di riferimento del film?

«Nasce negli stessi luoghi della costa domizia dove è girato che hanno conosciuto la bellezza e oggi hanno cicatrici di violenza. C'è il desiderio degli uomini di ricostruire tutto, anche moralmente. Il film è universale perché vi si possono riconoscere tutti i violentati del mondo».

E l'idea delle sorelle siamesi cantanti neomelodiche che scoprono di potersi separare?

«Me l'ha suggerita Nicola Guaglianone, lo sceneggiatore di Lo chiamavano Jeeg Robot che conosco da molti anni e con cui abbiamo scritto insieme a Ficarra e Picone il loro recente L'ora legale».

Che è stato un grandissimo successo al cinema.

«Ficarra e Picone vengono premiati per il rapporto profondamente onesto che hanno con il loro pubblico. Hanno voluto dire la loro sull'Italia senza stare su un piedistallo».

Indivisibili invece non è andato molto bene in sala.

«Va vista anche la qualità dei numeri, con spettatori che l'hanno amato. Le 17 candidature ai David lo dimostrano. E poi i film hanno vita molto più lunga dei primi due weekend d'uscita. Siamo stati a Toronto, a maggio in Ungheria e poi in Francia».

Le è sembrata giusta la nomination unica alle due attrici?

«Sì anche perché sono sicuro che presto avranno l'occasione di presentarsi singolarmente. Certo è una scelta un po' particolare perché sono due attrici distinte e separate. Ma il personaggio delle due siamesi rappresenta un po' due facce di una stessa medaglia con una che vuole separarsi, anche da una parte di se stessa, e l'altra che ha paura».

Il suo slogan «restiamo anarchici e indipendenti» come si concilia con la collaborazione con Medusa?

«È una nota di merito per Medusa avere il coraggio di portare al cinema film di ricerca estrema che però non è mai fine a se stessa come è accaduto in passato con un certo cinema d'autore autoreferenziale dei salotti della borghesia di sinistra. Noi lavoriamo in completa autonomia di contenuti. La vera produzione ufficiale è Rai Cinema e non fare film con loro è un piccolo prezzo da pagare ben speso per noi».

Allo scorso festival di Venezia Indivisibili non è andato in concorso ma nella sezione autonoma «Giornate degli autori», che cosa è successo?

«Non lo so, ma penso che abbiamo perso un'occasione di concorrere con grandi autori nella stessa sezione. Ci siamo divertiti a ricordare con Paolo Sorrentino che l'anno in cui lui esordì con L'uomo in più, il direttore di Venezia, che era lo stesso, non lo prese nel concorso ufficiale dove, come quest'anno, c'era sempre un film di Giuseppe Piccioni...»

Sorrentino, che era nella commissione dei film da candidare per l'Italia all'Oscar, ha parlato di «scelta masochistica» per Fuocoammare di Rosi...

«È stata una forma di strana avidità che a tutt'oggi mi rimane incomprensibile. Fuocoammare doveva concorrere, come ha poi fatto, solo nella sezione dei documentari».

Dopo tre film eterogenei, Mozzarella Stories, Perez. e Indivisibili qual è il prossimo progetto?

«Con Indivisibili mi sembra di aver trovato una forma di linguaggio in cui mi trovo molto comodo. Sto già scrivendo il prossimo film che stavolta racconterà la riconciliazione con se stessi».