Prima visione

A Mouseworld (Topinia) e Ratworld (Rattonia) si svolgono Le avventure del topolino Despereaux, che si pronuncia Deperò. Il film di animazione di Sam Fell e Rob Stevenhagen s’ispira dunque al fortunato romanzo omonimo di Kate DiCamillo, edito da Mondadori, come del resto ogni altro libro per i più piccoli originato da questa vicenda di emarginazione e rivendicazione topinesca e rattonica.
Siamo all’ennesima metafora della condizione ebraica di ieri, alla maniera dei fumetti di Art Spiegelman? Forse, ma anche, più probabilmente, alla critica inconsapevolmente socialista di chi ha avuto comportamenti subalterni: il proletariato pre- ottocentesco, per esempio. Ma fra gli abitanti della desolata Rattonia potrebbero riconoscersi anche i neofascisti di trent’anni fa, che, a forza di sentirsi urlare di «tornare nelle fogne», pubblicarono su La voce della fogna il meglio di quella sfortunata generazione.
È dunque un mondo (world) visto dal pavimento o dalle cantine quello di Despereaux. Sopra ci sono uomini e donne di un regno medievale; sopra uomini e donne, c’è la famiglia reale, quella che - alla morte della regina, piombata con la testa nella zuppa per aver visto un topo - ha perso la gioia di vivere, proibendo la zuppa ed esiliando i topi.
Relegato addirittura nella suburra topesca, cioè fra i ratti, il malcapitato Desperaux non s’adatta al declassamento della sua razza e a quello ulteriore che essa gli impone per punizione.
Desperaux ricorda Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach, portato sullo schermo da Hall Bartlett. È un topo che si nega. Un proto-transgender? Viene piuttosto in mente il Mister Johnson di Joyce Cary e il film omonimo di Bruce Beresford, dove un Pierce Brosnan, amministratore coloniale, era alle prese con un colonizzato che si credeva un inglese. Proprio come in Mister Johnson e a differenza di Shrek, nelle Avventure del topolino Despereaux le classi restano separate. Qui la principessa è una bella e magra; brutta e grassa è la serva. Quanto alla morale, fenomeno insolito nello spirito biblico di vendetta tipico di Hollywood, domina il perdono. Dopo tanto «Non bisogna dimenticare», arriva un «Non bisogna odiare».

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