Prima visione

Quando un film esige che si prendano appunti, salvo perdersi nella trama, è un film sbagliato. Lo è, al di là del buon inizio, State of Play (Stato d’inganni) di Kevin MacDonald, il nipote di Emeric Pressburger, regista britannico autore dell’eccellente Ultimo re di Scozia. Anche qui, fuori dall’Uganda di Amin, negli Usa di George W. Bush, offre un altro intrigo politico, trasferendo sul grande schermo una serie tv britannica ideata da Paul Abbott. Ma la comprime e la complica nell’adattarla agli usi americani.
Così in State of Play c’è un po’ di tutto: l’omicidio compiuto gettando sotto il treno della metropolitana la segretaria-amante di un politico (Ben Affleck, come sempre inespressivo); l’indagine successiva condotta non imparzialmente, ma per scagionarlo, dall’ex amico suo (Russell Crowe) ed ex amante della moglie (Robin Wright Penn). Dietro l’intrigo passionale spunta quello politico, relativo a un’impresa che recluta come mercenari reduci di guerra e si prepara a surrogare i servizi segreti, mettendo gli Stati Uniti nelle mani di un gruppo di criminali d'alto bordo.
Ma la verità non è quella che sembra. E anche chi l’ha cercata forse non aveva i moventi che ostentava.
In questa ennesima apologia del giornalismo investigativo, sui giornalisti si allungano ombre, ma sempre meno lunghe di quelle che gravano sui politici che pesano su Washington (altrove sarebbe meglio?). Però MacDonald si esercita fino ai limiti del virtuosismo e oltre i limiti della credibilità: fa troppo, troppo a lungo, troppo alla svelta. Paradossalmente il furetto della vicenda è l’adiposo Crowe, quando la sua parte sarebbe stata eccessiva perfino per il Robert Redford di trent’anni fa. Attorno a Crowe, Affleck conferma i suoi limiti ed Helen Mirren, nel ruolo di un direttore arcigno e spregiudicato, ma in fondo corretto, che vigila sulla democrazia, è solo un clone di «M» nei tremendi, ultimi 007. Da notare lo scambio di frasi con un’ingenua dipendente (Rachel Mc Adams). Le dice quest’ultima: «Abbiamo per caso infranto la legge?». E la direttrice: «No, abbiamo fatto giornalismo». Ahinoi, ci sarà anche chi ci crede.

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