Prima visione

Mezzo secolo fa i critici francesi presero la commedia all’italiana per un’autocritica; invece il pubblico italiano si compiaceva di quel ritratto. Improbabile che l’equivoco si ripeta con la serie dei «Natali». Quello a Beverly Hills, l’ennesimo scritto e diretto da Neri Parenti, è uscito ieri in 800 copie, quantità più indicativa della qualità, che non è nemmeno cercata, mentre è trovata la professionalità.
Più interessante dei grevi dialoghi e delle inverosimili situazioni messe in scena, è l’esser passati dalla «Hollywood sul Tevere» (sempre mezzo secolo fa gli americani giravano a Roma per risparmiare) alla «Cinecittà sul Pacifico», cioè a roman(esch)i che girano a Los Angeles per guadagnare! Essenzialmente con la pubblicità: sono tanti i marchi reclamizzati che Natale a Beverly Hills dovrebbe essere in attivo ancor prima di vendere un biglietto.
Bella lezione per un Paese in crisi strutturale come gli Stati Uniti e più per un altro, come l’Italia, che ci arriverà presto. Il castello di sogni di Natale a Beverly Hills è un’esemplare rimozione della realtà, tipica dei momenti d’angoscia. Che nel film tutto sia lussuoso, significa ben più delle esili vicende di corna e dei personaggi farseschi che le portano e le mettono. Lo spessore è quello di una lunga sitcom e non è un caso che Michelle Hunziker vi si aggiri nel ruolo di una maliziosa ragazza seria, una delle maschere meno simpatiche del cinema. Christian De Sica e Gianmarco Tognazzi continuano la tradizione di famiglia: non divertono lo stesso tipo di persone che apprezzavano i loro padri, perché quelle persone, come i loro padri, sono morte. E poi regista, produttore, attori pensano, come tutti, ai soldi. Se arte non ci sarà più, pazienza.
Nel caso che i 23/24 milioni di euro toccati agli episodi precedenti della serie premino anche Natale a Beverly Hills, almeno il pubblico non dovrà assuefarsi - con la solita naturalezza - a film peggiori.