Prima visione

A Parigi lei (Isabelle Carré) si droga e lui (Melvil Poupaud) si droga più di lei. Così lui muore, mentre lei è incinta. La suocera sollecita l’aborto, prevedendo che, da un figlio così e da chi ci stava insieme, le deriverà un nipote superfluo. La «nuora» rifiuta per ripicca, non per amor di figlio e tanto meno del de cuius; e senza il suo fratellastro gayo, che l’accompagna negli ultimi mesi, quando il suo ventre è ormai tondo, resterebbe sola.
Mentre la Mostra di Venezia ha in programma un nuovo film di François Ozon, Potiche, esce nelle sale il suo Il rifugio (Le réfuge), presentato al Torino Film Festival. Quando ci si chiede perché il cinema francese in Italia incassi fra l’1 e il 2 per cento, mentre dieci anni fa arrivava anche al 3 per cento, esaminare la trama del Rifugio offre una risposta. E quando ci si chiede a che cosa servisse il marxismo, ecco un’altra risposta: induceva talora gli artisti (Hugo, Zola, Renoir) a occuparsi di chi era affamato. Di cibo, non di sesso o emozioni in genere.
L’edonismo straccione delle tv commerciali (e non) ha spazzato le rivendicazioni sociali vie dagli schermi, come dalle piazze. E così i personaggi di Ozon hanno ogni tipo di esigenza, tranne quella alimentare. Si muovono nel benessere non guadagnato e non meritato; così cercano la morte e in certo senso è bene che la trovino.
Resta - per dover parlare del Rifugio - la professionalità degli attori, bravi anche quando non sanno scegliere le sceneggiature. Una dozzina d’anni fa Isabelle Carré pareva poter emulare la Bardot: si è invece specializzata in gravidanze impossibili (La piccola Lola di Bertrand Tavernier) o in gravidanze reali, come nel Rifugio. Attorno, Poupaud muore subito e il cantante Louis-Roman Choisy gli subentra, fra appartamenti borghesi, case al mare, spiagge atlantiche, sfondo di tanto parlare e contemplazioni dell’ombelico, specie quando diventa prominente.