Prima visione

Alla Mostra di Venezia l’orrore s’è installato solidamente nell’ultimo decennio. Nella rassegna parallela «Le giornate degli autori» dell’anno scorso c’era a rappresentarlo anche La Horde di Yannick Dahan & Benjamin Rocher, che ora esce anglicizzato in The Horde, come se intitolarlo L’orda fosse banale.
Al provincialismo lessicale degli italiani cinefili, che riconduce ogni lingua all’inglese, corrisponde il provincialismo di certi cineasti nel ricalcare un sottogenere dell’orrore, qui quello della zombaggine. Gli epigoni, più che i continuatori, di George Romero sono ormai legione. Dahan & Rocher si sono limitati a sostituire uno sfondo di periferia parigina al sobborgo di metropoli statunitense o, come nella Notte dei morti viventi, uno sfondo rurale da American Gothic. Il resto è una somma di pregiudizi, avidità, razzismi. E qui tutto è esasperato, ma non va lontano dalla realtà di un continente che risponde alla crisi del capitalismo dando ragione - senza accorgersene - a Marx.
Nella Horde abbiamo dunque la consueta gara in malvagità, dove i meno cattivi - anche perché senza scelta - sono gli zombi. Così lo spettatore s’identifica con delinquenti che hanno il distintivo della polizia e che, per necessità, si alleano con delinquenti senza distintivo che hanno ucciso un loro collega. Intorno miseria e squallore dei tredici piani d’una casa popolare. Ma qui non siamo nel centro della città e il «male» non è - per il momento - circoscritto, come in Rec e Rec2, di Jaume Balaguerò, altra variante europea della zombaggine. No, qui l’inferno condominiale sintetizza ciò che sta accadendo ovunque. Come mai tanti, di botto, sono colti da zombaggine? Anche in una grande città, i morti di giornata potranno essere centinaia, non migliaia. E poi il contagio dallo zombi al non- zombi ha effetto di «proselitismo» solo se, dopo essere stato morso, il non-zombi è sfuggito al fiero pasto che dovrebbe offrire col suo corpo. Ma certi film sono come le feste di compleanno: l'età della festeggiata non va chiesta.