Prima visione

L’Alzheimer approda nel film di Pupi Avati che la Mostra di Venezia ha rifiutato in concorso, forse perché tardivo rispetto all’ondata delle malattie mortali (Aids, cancri vari, distrofia muscolare) che ha caratterizzato questo tipo di manifestazioni dagli anni Novanta.
Il delirio di un giornalista sportivo (Fabrizio Bentivoglio), che non riesce più a scrivere articoli nella neo-lingua orwelliana sua e di molti colleghi, è il pretesto per mostrarne le ricostruzioni - lucidissime - del proprio passato, quando lutti in famiglia hanno sconvolto la sua esistenza di ragazzino del 1964, quando Nencini vinceva tutto (e il Bologna anche).
Insistere sui sentieri della nostalgia permette ad Avati di rilanciare attori che lo meritano, come Erica Blanc, Lino Capolicchio, Gianni Cavina e Serena Grandi, e di portarci perfino il cabarettista genovese Roby Carletta.
Sono loro a formare la famiglia della moglie (Francesca Neri), redazione, conoscenti in questo film che ha l’insolito pregio di avvicinarsi, per età complessive dei quindici interpreti principali, al millennio.
Docente universitaria di filologia, la moglie rappresenta l’altro modo di intendere le parole. Nel declino fisico del marito, lei esce dal guscio nel quale s’era chiusa con lui, causa anche la sterilità. Ma è soprattutto per lui che il declino offre un'effimera rinascita spirituale, se non altro perché ora si vergogna del suo ruolo servile. Ora il passato sovrasta il presente e ciò comporta il rifiuto delle subordinazioni. E pazienza per la bella casa, il prestigio, gli abiti sobri che hanno addolcito questo abbrutimento spacciato per professionalità.
Ma ciò che piace ad Avati non sempre coincide con chi finanzia i film in cambio dei diritti tv. E ciò impone al regista primissimi piani, insopportabili sul grande schermo, e allo sceneggiatore parenti ben poco serpenti. Così un potenziale bel film diventa un film come tanti.