Prima visione

«Muore giovane chi è caro agli Dei». Ayrton Senna ebbe dieci anni di carriera, prima complicata, poi trionfale, in Formula 1. Morì contro un muro della pista di Imola, correndo il Gran premio di San Marino. Era il Primo maggio 1994. L’incidente parve a taluni un delitto premeditato. Oggi chi ricorda Senna ha almeno trent’anni. A chi ne ha di più, la sua storia fa venire in mente quella di un altro irruente del volante, Gilles Villeneuve.
Per ogni campione, c’è un rivale. Quello di Ayrton Senna era Alain Prost, francese. Ma il destino li volle allineati sul podio fino alla fine, a versarsi champagne sulla testa, come se si fossero voluti sempre bene.
Quando Alain Prost si ritirò, Ayrton Senna continuò. Sembrava che nessuno gli si potesse opporre, ma sul podio non salì più: fu come se l’abbandono dell’antagonista avesse minato la sua determinazione di vincere.
Nella rivalità, il documentario Senna di Asif Kapadia - premiato dal pubblico al Sundance Festival e presentato poi al Bif&st - si schiera con Ayrton Senna. Lo ricorda come l’eroe giovane e bello, fiducioso nella protezione divina, capace di dare ai diseredati brasiliani la speranza di vincere qualcosa anche loro, un giorno. Quando morì, però, Ayrton Senna era avvolto nella bandiera austriaca: l’avrebbe sventolata all’arrivo, in onore del coetaneo Roland Ratzenberger, che proprio il giorno prima s'era schiantato durante le prove.
Il documentario di Kapadia accenna al tema della politicizzazione della Formula 1. Ciò stupirà le anime belle, convinte che Olimpiadi, Campionati del mondo, ecc. siano manifestazioni neutre. Kapadia si concentra però sulla rimembranza e sulla commozione, finendo con l’annoiare, anche perché non ci sono molti modi di mostrare una corsa e tutti somigliano a quelli delle tv, ai cui filmati il regista deve ampiamente ricorrere. Resta il viaggio indietro nel tempo al 1984-1994, che comporta un po’ di nostalgia per un mondo dove per denaro si faceva moltissimo. Ma non tutto.