La vita-arte di Boccioni nel racconto (futurista) di Roberto Floreani

Angelo Crespi

Sarebbe piaciuto a Boccioni esser ricordato nel 100 + 1 anno dalla morte. Una celebrazione anti-graziosa in puro stile futurista quella che gli dedica l'artista Roberto Floreani, perfetta per chi aveva fatto del binomio arte-vita il proprio modo di essere e che in una decina d'anni era riuscito ad agitare, col sodale Marinetti, le acque stagnanti della cultura italiana. Scomparsa prematura quella di Boccioni, nel 1916. Cosa sarebbe stato il Futurismo con Boccioni vivo, quanto avrebbe inciso nella storia dell'arte, non è dato sapere, anche se restano immensi a testimoniarne la grandezza, solo per citare due capolavori, il dipinto Materia, con il ritratto della madre, e Forme uniche della continuità nello spazio, la scultura simbolo assoluto dell'essenza del movimento, una delle poche sopravvissute, come ricorda Floreani, alla distruzione a martellate da parte dello scellerato passatista Piero da Verona.

Certo, gli sviluppi possibili di un talento formidabile restano inespressi nei gangli oscuri dell'ucronia. È invece possibile individuare la scia che Boccioni ha lasciato e da cui poi sono germinati per eterodossia una serie di correnti determinanti del '900. Oltre a un misconosciuto Boccioni esoterico è proprio questa la parte più innovativa della biografia di Floreani (Umberto Boccioni. Arte-vita, Electa Mondadori, pagg. 250, euro 22,90): una biografia critica, densa e piena di rimandi, un atto di amore in cui il pittore veneziano, uno dei nomi più affermati dell'astrattismo in Italia, allineato con il concetto boccioniano dell'artista multidisciplinare, si scopre ancora una volta saggista di vaglia, con la libertà di dare sfogo a una sorta di ossessione nei confronti del Futurismo che oggi lo eleva tra i massimi esperti dell'avanguardia.

La questione è sottile perché molti di quelli che hanno saccheggiato nel Dopoguerra la sporta di Boccioni non amavano essere scoperti e pagare pegno a un movimento che per ragioni ideologiche è stato tout court sovrapposto al Fascismo. Eppure, come fa notare Floreani, l'Arte Povera, inventata da Germano Celant, non esisterebbe senza l'idea di Polimaterismo teorizzata non come tecnica ma come forma d'arte autonoma nel '44 da Prampolini, a sua volta debitore del Manifesto tecnico della scultura futurista di Boccioni del 1912, e delle intuizioni «sulla scultura d'ambiente» e sulla «abolizione della statua chiusa» (spalancando la figura per chiudere in essa l'ambiente), progenitore del concetto stesso d'installazione così caro alla contemporaneità. Anche il MAC (Movimento Arte Concreta) di Munari e Dorfles, del '48, a cui aderirà Prampolini, teorizza il principio della «sintesi delle arti», concetto riconducibile in nuce a Boccioni. Perfino Lucio Fontana col Manifesto Blanco del '46 e poi con i vari manifesti tecnici dello Spazialismo, mima l'esperienza del Futurismo e soprattutto del Dinamismo plastico di boccioniana memoria. Perfino Mario Schifano col Futurismo rivisitato che dal '66 rappresenterà in diverse versioni la foto simbolo di Marietti, Boccioni&co., con la sua, pur distruttiva, energia vitale e multidisciplinarietà, è un figlioccio di quella banda. E cosa dire del Living Theatre, che sconvolse il panorama teatrale mondiale tra il 1951 e il 1963 con gli happening e le rappresentazioni surreali se non che trae precisa ispirazione dal teatro totale futurista a cui Boccioni contribuì con la sua «fisicità irrispettosa»? E a maggior ragione, Carmelo Bene, l'antidemocratico-elitario per eccellenza, rappresenta col suo Anti-teatro il punto di raccordo tra le serate futuriste e il Living Theatre. Un capitolo a parte merita Warhol che con la Factory e i «quindici minuti di celebrità» (slogan scippato al fotografo Nat Finkelstein) non è che un epigono della grande stagione futurista, in cui l'arte si apre ai primi mass media, al gossip, alla multidisciplinarietà: Marinetti lancia a Parigi Valentine de Saint-Point, musa disinibita, come Wahrol fa con Ultraviolet; le Centrali Futuriste di Milano, Roma, Rovereto, Bologna, Messina non sono che Factory ante litteram; il desiderio di far coincidere arte e vita di Warhol si rivela identico alla tensione verso l'opera totale di Boccioni.