"Viva gli artisti viva" che sanno rinunciare all'effetto luna park

La rassegna internazionale curata da Macel punta sul "saper fare" e non sulle super star

Due anni fa le bandiere nere di Oscar Murillo campeggiavano ostili sulla facciata del Paglione ai Giardini. Bandiere anche nel 2017, ma flosce, quasi ammainate, di Sam Gilliam, un altro americano ma molto più vecchio, dello stesso blu che usava Yves Klein. Al termine del lungo, estenuante, percorso, al fondo dell'Arsenale, il video di Bas Jan Ader, scomparso in mare nel 1975, saluta il pubblico con la leggerezza di un fantasma comico.

Viva Arte Viva (13 maggio - 26 novembre) potrebbe stare tra questi due poli. Una mostra potente ma non noiosa, impegnata ma non saccente, sorprendente ma priva dell'effetto luna park che punta tanto sulla trovata e poco sulla sostanza. Che mette al centro della riflessione l'artista prima ancora dell'opera: e qui non c'entra più il suo ruolo pubblico di saltimbanco, né quello di traduttore in immagini della sociologia e della cronaca. L'artista, secondo la curatrice Christine Macel, è innanzitutto un solitario, un uomo o una donna che chiede e pretende uno spazio privato per riflettere, pensare e solo successivamente elaborare il proprio manufatto. Si prende il tempo per l'ozio, l'inazione che scontra l'iperpresenzialismo delle vernici mondane. Sta a casa, sdraiato sul divano -Franz West, Mladen Stilinovic, Yelena Vorobyeva e Viktor Vorobyev, Frances Stark, artisti di epoche e luoghi diversi che riflettono sullo stesso tema- riposa circondandosi di poche cose e tra queste i libri, poiché la scrittura è il primo motore delle figure e ciascuno di noi si porta dietro, quelle letture fondamentali nella costruzione di un percorso di iniziazione.

Il discorso pare riprendere da dove lo aveva lasciato nel 2015 il Palazzo enciclopedico, ed è davvero necessario che proprio oggi la Biennale di Venezia rivendichi un ruolo di sintesi culturale che tenga conto di valori più stabili e finalmente necessari, come il saper fare, l'uso delle mani, una gestualità semplice esercitata su piccole cose -tagliare, cucire, assemblare, archiviare, ripetere fino alla noia sempre gli stessi gesti banali, legarsi una scarpa o da scarpe vecchie impiantare un vivaio (Michel Blazy), accumulare oggetti di qualsiasi tipo e natura, trovare il senso nella terra come nei piccoli oggetti di Michelle Stuart.

Ma l'arte del 2017 è tante altre cose, nel segno di una pluralità che solo talvolta si fa ideologica -in effetti a metà Arsenale il rischio di scivolare nell'antropologia è in agguato- evitando però quell'inutile propensione alla denuncia e all'autocompiacersi per le sfighe del Mondo. Se il sociale appare, è declinato con leggerezza e ironia, come il curioso esperimento di Shimabuku che ha messo a disposizione di un gruppo di scimmie trasferite dal Giappone in Texas dei cumuli di neve che ricordassero loro il paesaggio originario. Un tema, quello dell'adattamento, comune ai primati e agli umani.

Altrove, invece, arte è aggregazione, condivisione, progetto. Attenzione però, il mondo di internet non c'entra nulla, anzi parrebbe persino che in questa mostra non sia stato ancora inventato. C'è piuttosto un clima da comune fine anni '60, fricchettona in senso buono, dove non si rincorre né l'utopia né l'aria di rivoluzione ma piuttosto il desiderio di fare insieme, nulla di particolarmente esaltante ed eroico però vero, autentico, persino nostalgico. Un mood che fa venir voglia di riascoltare buona musica, rivedere quei film che ci hanno cambiato la vita e che nessuna serie tv né Spotify portano mai sostituire. Ecco perché Viva Arte Viva è una mostra orgogliosamente novecentesca, con tante presenze di artisti anche marginali, o comunque non glorificati dal mercato delle superstar lasciate quasi tutte a casa per una volta, sessantenni e oltre. Tutto è accaduto nel XX secolo, con un'accelerazione sconosciuta prima, ivi compreso il radicale cambiamento della carta geografica dell'arte. Non è però la Biennale il luogo in cui studiare l'impatto dei millennials sul nostro presente, meglio riguardarsi indietro e riflettere su ciò che davvero ha contribuito a formare il nostro Dna: così le poche scelte italiche nella mostra internazionale hanno un senso e la pittura astratta di Riccardo Guarneri, Irma Blank e Giorgio Griffa, i ricami di Maria Lai ribadiscono il nostro fare elegante, formale, stiloso che punta direttamente alla storia e ignora la cronaca.

Qualcosa comunque ha cambiato profondamente l'arte di questi ultimi dieci anni: la crisi, non internet né lo smartphone, è stato il vero spartiacque cancellando magniloquenza, costi produttivi, esagerazioni e spacconate assortite. Pochi mezzi ed economia ristretta non hanno condizionato le idee di chi le ha. La precarietà è diventata un'estetica in un tempo che somiglia molto a quello di un devastante dopoguerra. Ad esempio, il trentenne svizzero Julian Charrière ha realizzato un'installazione apparentemente maestosa, adoperando il litio utilizzato come fonte di energia per le batterie dei cellulari, destinato presto a esaurirsi. Né si tratta solo di neo-ecologismo, quanto piuttosto di liberarsi di quei vincoli che vorrebbero l'arte un oggetto per pochi: il contraltare delle vetrine di Louis Vuitton che propongono le borse di Jeff Koons a qualche migliaio di euro sta nelle sculture con materiali di recupero di Judith Scott, una donna affetta da sindrome di down che nell'arte trovò la sua ragione di essere. Macel compie un lungo giro del mondo per una mostra difficile, complessa, senza strizzatine d'occhio, di autentica onestà intellettuale.